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Stagione invernale definitivamente compromessa?

La montagna, nei palazzi romani, viene trattata come fosse un hobby, un passatempo di lusso, eppure il turismo invernale rappresenta un valore importante nel calcolo del PIL nazionale ed è la quasi esclusiva fonte di reddito di molte imprese e famiglie che lavorano nell’indotto: non solo impiantisti ma tutta la filiera, dagli albergatori ai ristoratori, dai negozi specializzati ai maestri di sci.

Il governo e il suo CTS continuano a fare orecchie da mercante: anche la quarta scadenza fissata per l’avvio della stagione sciistica, ossia il prossimo lunedì 18 gennaio, si dimostrerà con ogni probabilità l’ennesima presa in giro.

Questa, agli occhi delle vittime di tali incomprensibili incertezze, è una grave discriminazione, quasi una vigliaccheria ai danni di un comparto vitale per le regioni alpine che in questi mesi si sono attrezzate anche oltre gli obblighi imposti dall’esecutivo con investimenti gravosi in termini di sicurezza sanitaria e prevenzione.

Tuttavia nel nuovo Dpcm non dovrebbe essere prevista la riapertura prima del 15 febbraio: in pratica la stagione si ridurrebbe nel migliore dei casi a poco più di un mese. Nel frattempo l’Alto Adige sembra comunque intenzionato ad aprire le seggiovie dal prossimo lunedì, anche solo per i residenti, mentre alle stazioni di risalita nella bergamasca possono accedere esclusivamente gli agonisti.

Nell’attuale condizione di incertezza i gestori degli impianti, quando le gare attualmente in corso saranno concluse, sono orientati a chiudere tutto in attesa di fatti concreti: «Ora, per tutti, serve una decisione drastica: o decide il Governo oppure dovremo prendere una decisione noi. Non possiamo arrivare ad aprile con questi continui rinvii».

Non è difficile da comprendere che gli attuali problemi sanitari della Lombardia non li abbia creati la montagna, ma la metropoli milanese e le piccole località è assurdo che vengano trattate come le grandi città. Una soluzione potrebbe essere la suddivisione del territorio in zone differenziate rispetto alla classificazione della relativa regione di appartenenza, ad esempio su base provinciale.

Nessuno azzarda un’ipotesi circa la probabile data di riapertura, che sia in grado di salvare almeno in parte la stagione. Alcune stazioni, come Foppolo, continueranno a servire gli sci club, ma ovviamente senza alcun guadagno, altre stazioni resteranno invece ferme, ma nessuno, realisticamente, si aspetta dal governo qualche serio ristoro. L’intero comparto del turismo invernale è al collasso, colpito anche dalla concorrenza delle località svizzere e austriache che tengono intelligentemente gli impianti sciistici aperti.

Significativo l’amaro commento di Jonathan Lobati, presidente della Comunità montana Valle Brembana: «L’ennesimo stop allo sci rappresenta un colpo tremendo all’economia di tanti paesi di montagna; applicando alle stazioni le linee guida fissate dalle Regioni c’erano le condizioni per aprire in sicurezza, ma ormai è evidente che quest’inverno sulle nostre montagne non sarà consentito sciare».

15 gennaio 2021