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Logistica in pianura, gli effetti sul turismo nelle valli. L’intervista a Felice Sonzogni di Zogno

La logistica si è già presa nella Bassa della provincia bergamasca 1.400.000 metri quadrati di territorio e in previsione ci sono progetti per costruire capannoni e grandi magazzini su altri 1.900.000 metri quadrati. In totale 3 milioni e 300 mila metri quadri di superficie. Sono cifre che configurano anche a occhio nudo le imponenti dimensioni in atto e delineano un assetto di futuro che deve preoccupare su più piani. Ci saranno inevitabilmente ricadute su tutte le strutture commerciali, artigianali, di servizio: questo non solo nelle vallate e sui laghi, ma anche su tutte le aree urbane. Il fenomeno, come le cifre dimostrano, è a uno stadio già avanzato di realizzazioni compiute. Al punto in cui ci si trova, occorre accelerare il passo per governare il nuovo in arrivo e a tale scopo dovrebbe esserci un incontro in Provincia l’8 aprile: una cabina di regia che riunirà in via Tasso i vari mondi coinvolti, imprenditori, sindacati, formazione, ecc.

L’Aci di Bergamo già da due anni ha puntato il radar sulla gestione del territorio e da mesi si sta occupando della mobilità, dei possibili cantieri con vista fino al 2030, del turismo, pensando in particolare a Bergamo-Brescia capitali della Cultura nel 2023. Autore dello studio sulla mobilità provinciale è l’architetto Felice Sonzogni di Zogno, che si esprime in questa intervista sui punti principali da affrontare.

Mobilità da una parte, cultura e turismo dall’altra. Due commissioni dell’Aci Bergamo, due organismi che viaggiano su strade convergenti. Quali possono essere i principali punti d’incontro?
La visione chiara di futuro del nostro territorio, della sua gente e della sua economia. Solo questa è la sintesi che rende chiaro dove vogliamo andare. Cultura e turismo sono elementi fondamentali, i sistemi delle mobilità si dovranno strutturare per dare un supporto moderno e sostenibile a questa prospettiva.

Quali le modalità pratiche per interagire?
L’esigenza di mobilità delle persone e delle merci si è incredibilmente frammentata. Non solo è necessario introdurre veicoli molto più piccoli e diffusi in sostituzione di quelli esistenti, è anche necessario intervenire sulle sedi infrastrutturali su cui si muovono questi veicoli per rendere più sicuro e gradevole il tempo che dobbiamo dedicare alla mobilità.

Per come vanno i tempi e per le tendenze in atto, emergono chiari dei ritardi. Si può recuperare? Cominciando da dove? Indicazioni utili in materia?
Il ritardo più grave è l’assenza del trasferimento della mobilità dalla gomma al ferro. Persone e merci con piccoli e grandi veicoli hanno creato di conseguenza un sovraccarico sulle strade per ogni esigenza di mobilità. I tempi di realizzazione sono sempre lunghissimi. Guardando al futuro avremo sempre meno risorse per nuove infrastrutture. In questa condizione è quindi necessario concentrarsi sulla gestione ed il miglioramento funzionale delle infrastrutture esistenti utilizzando anche le tecnologie disponibili e introducendo mezzi di traporto pubblico moderni e innovativi.

Ci sono novità rilevanti sui mezzi di trasporto?
Di veramente innovativa, solo per l’automobile. Nella evoluzione di tecnologie di supporto alla guida assistista e delle energie pulite per l’alimentazione, si vede con chiarezza, che l’auto del futuro sarà molto diversa da quella che conosciamo oggi.

A Calcio si è tenuto un convegno su un tema decisivo ma con un delta fors’anche troppo esteso: “Governare il cambiamento”. Obiettivo: lanciare la proposta di un «patto territoriale per la logistica sostenibile». Nella Bassa è in atto una concentrazione preoccupante di grandi magazzini. Come legge questo fenomeno?
Nelle mie esperienze, anche da assessore provinciale al territorio, ho sempre sostenuto il dovere istituzionale di “governare il cambiamento”, ma la grande differenza è tra chi sceglie di “anticipare e orientare il cambiamento” e chi decide di “coordinare e mediare i cambiamenti proposti da altri”. Io appartengo ai primi.

Il tema della logistica rappresenta il fenomeno più preoccupante per le trasformazioni nel futuro della terra bergamasca
Non lo si è voluto anticipare, ora emerge la necessità di recuperare, ma purtroppo siamo in ritardo e non mi pare di intravedere un orientamento chiaro. L’ACI di Bergamo aveva segnalato due anni fa, in occasione del nuovo PTCP (Piano territoriale di coordinamento provinciale), la necessità di affrontare con determinazione questo aspetto su due questioni fondamentali.

E quali sono?
La prima: maggiore relazione tra politiche territoriali, destinazioni funzionali (definendo con chiarezza cosa si intende per interporto, scalo merci, centro logistico, ecc.) e sistemi delle mobilità: nel caso specifico nessun polo di logistica (escluso Cortenuova), realizzato e proposto, si aggancia al sistema ferroviario, tutto è su gomma, eppure ci stiamo riferendo alle merci.

La seconda: necessità di programmazione strategica di area vasta. Il dibattito sulla localizzazione e gli effetti dei grandi interventi di logistica ancora oggi si limita agli aspetti economici, ai risvolti occupazionali e alla compensazione al singolo Comune. Sono aspetti evidenti, di grande attualità e interesse, ma insufficienti per una scelta consapevole e globale.

Vanno valutati i risvolti conseguenti alla massiccia sottrazione di aree agricole e gli aspetti sociali dovuti alla rapida introduzione di nuovi modelli economici, territoriali e ambientali in una terra che da secoli vive di lavoro, ritmi e paesaggi legati all’attività agricola. E’ quindi una questione oggettivamente complessa.

Serviva e serve una pianificazione più ampia, meno localistica…
Gli effetti nel tempo dei grandi interventi di logistica in pianura devono essere valutati sulle conseguenze nella struttura economica e produttiva. L’effetto di questi interventi non è il Comune o i Comuni confinanti, è l’intera provincia. Questa posizione non trovò allora l’auspicata accoglienza, nel frattempo sono stati autorizzati nuovi interventi e ora ci si pone la necessità di una valutazione complessiva. Ma con che posizione, con che indirizzo: proseguire o fermarsi?

Quindi anche sul turismo?
Se prodotti, beni e servizi verranno offerti e consegnati a domicilio, sarà inevitabile la chiusura delle strutture produttive di artigianato, commercio e servizi dei centri urbani. Se i centri storici, i borghi e le contrade diventeranno spenti e senza vita commerciale e sociale, come potremo dare qualità ai luoghi e al territorio? Quale politica turistica si potrà sviluppare?

Ma molti sostengono che questo ormai è il futuro e che è un processo inarrestabile. Lei cosa obietta?
Davanti a noi non c’è un futuro preordinato, ci sono delle scelte. Se si sceglie di proseguire con nuovi insediamenti, chi ha ruoli di governo deve predisporsi a gestire le conseguenze. E vanno affrontate subito, perché sulle strutture economiche e produttive distribuite sul territorio, le conseguenze sono rapidissime.

È possibile arginare questo processo?
Le decisioni spettano alle istituzioni e alla politica. Servirebbe una posizione chiara, decisa e impegnativa: stop a nuovi insediamenti.

Giovedì 31 marzo 2022