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La Tavernetta di Zogno vittima della burocrazia

La pandemia CoViD-19 si è dimostrata una vera catastrofe planetaria, non solo dal punto di vista sanitario e di perdite di vite umane, ma anche economico e finanziario.

Se di epidemie e di malattie l’umanità ha sempre sofferto e pagato il suo immane tributo con vere e proprie decimazioni della popolazione, gli effetti del coronavirus che si è manifestato in Cina verso la fine dello scorso anno e da lì ha aggredito il mondo intero si stanno rivelando catastrofici e dureranno per molti anni a venire.

Tutti i Paesi si sono mossi per trovare dei rimedi efficaci ed anche il nostro, seppure con notevole ritardo, ha pensato che fosse necessario provvedere a “ristorare” tutti quegli imprenditori che abbiano subito un danno economico dovuto alle limitazioni o alle fermate obbligatorie alla loro attività ordinate dal governo.

Purtroppo non si sono fatti i conti con la burocrazia, il mostro dai mille tentacoli che in Italia tutto complica, controlla, frena, con ottusa pervicacia e puntiglio borbonico.

Così un locale caro ai bergamaschi e non solo, la Tavernetta di Zogno, che si era già visto costretto a ridurre i coperti da 54 a 30 e ad affrontare le necessarie modifiche richieste dal governo, oggi si trova in difficoltà e non può accedere ai fondi previsti dall’esecutivo per un cavillo grottesco, come grottesca è l’invadenza dell’apparato burocratico e come grotteschi, a volte, sono leggi e decreti raffazzonati senza veri approfondimenti della materia.

Questa la norma: il primo decreto Ristori si basava sulla differenza di fatturato del mese di aprile confrontando il 2020 ed il 2019; il successivo decreto bis ha esteso gli aiuti anche alle attività avviate dal gennaio 2019 sebbene prive del requisito di calo del fatturato.

Anna Cucchi, che proviene da una lunga esperienza nella ristorazione naturale e che oggi è titolare della Tavernetta di Zogno, rileva che il suo caso è ancora più anomalo, in quanto la partita IVA è stata aperta nel 2018 ma è rimasta inutilizzata fino a giugno 2019. Solo in seguito è stato curato il “passaggio” e quindi, ad aprile 2019, il fatturato era pari a zero ed è per questo motivo che gli aiuti previsti dal decreto sono stati negati.

Rimediare sarebbe semplice, perfino banale: basterebbe equiparare l’impresa inattiva a chi non aveva aperto. Anche l’Ascom si sta muovendo per risolvere situazioni come questa, che si sono già verificate a Como ed altrove. Il vice ministro dell’economia, il bergamasco Antonio Misiani, si è impegnato a porre il problema a Roma.