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Culle sempre più vuote, a rischio il nostro futuro

Manca poco più di una settimana al Natale, la Natività di Cristo, la festa per eccellenza della famiglia e del legame più sacro e naturale che esista, grazie al quale ciascuno di noi ha ricevuto il dono della vita. Un periodo che ci fa riscoprire la dolcezza di un gesto materno, la tenerezza del sorriso di un bimbo, o ci riporta alla mente personali momenti lontani nel tempo ma sempre vivi nella memoria.

E si avverte una stretta al cuore davanti all’immagine di una culla vuota, di una stanza dove sono allineate decine di culle vuote, nella penombra e nel più agghiacciante silenzio: un mondo senza bambini è un mondo che sta morendo, che ha smesso di progettare, di accarezzare un sogno, di credere nel proprio futuro.

Lungo tutto il XX secolo nelle nazioni più sviluppate un benessere economico sempre più diffuso unito ad una maggiore cura delle norme igieniche ed ai progressi della medicina avevano lasciato intravvedere, con la forte riduzione del fenomeno della mortalità infantile, tipico della società rurale, un deciso incremento della popolazione mondiale.

Ma la civiltà moderna, anziché favorire nuove nascite in proporzione alle capacità economiche ed ai livelli di posizionamento sociale delle famiglie, ha introdotto problematiche nuove e spostato l’orizzonte delle coppie dall’allargamento delle famiglie alla cura piuttosto egoistica di obiettivi economici e di carriera.

Investire tempo e risorse sulla costituzione di nuclei primari numerosi come era consuetudine antica in un mondo contadino, confligge oggi con la necessità di assegnare anche alla donna il compito di integrare, con un lavoro esterno, le entrate familiari: i ruoli di lavoratrice e di madre, tuttavia, non sempre sono compatibili a causa della mancanza di adeguati incentivi o aiuti da parte dello Stato anche sotto forma di strutture per l’infanzia. E l’idea di incentivare la creazione di appositi “nidi” all’interno delle aziende private, soluzione che presenterebbe indubbi vantaggi, è purtroppo rimasta ancora nel cassetto.

L’Italia, più di altre nazioni, anche a seguito dell’imponente processo di precarizzazione del lavoro, ha perduto fiducia nel proprio futuro ed ha smesso di iniettare nuova linfa vitale nella società: nell’anno che sta finendo sono stati 12.500 i nati in meno rispetto all’anno precedente e la diminuzione riguarda anche le coppie miste e straniere. La media di figli per ogni donna è scesa a 1,17 (117 figli ogni 100 madri), la più bassa di sempre. L’Istat, nel suo bollettino, rivela inoltre che nei primi 9 mesi dell’anno le nascite sono calate quasi del doppio rispetto a quanto osservato tra gennaio e settembre del 2019, ante pandemia.

La bergamasca non fa eccezione: in un anno la popolazione è diminuita di 16.368 unità, con soli 7670 nati rispetto agli 8275 dell’anno precedente. La responsabilità di tale decrescita deve essere attribuita principalmente al Covid, ma anche il progressivo invecchiamento della popolazione, i problemi economici e l’incertezza del futuro giocano un loro ruolo importante così come, nelle nostre località di montagna e nelle Valli, assume un peso rilevante la difficoltà di creare infrastrutture e servizi che potrebbero invece rappresentare utili incentivi per trattenere i residenti e garantire nuovi insediamenti.

Mercoledì, 15 dicembre 2021