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Ristoratori bergamaschi alla frutta: una categoria dimenticata

In molti talk show televisivi, nei servizi filmati in tutte le località italiane, la rabbia dei lavoratori e degli imprenditori del settore ristorazione e turismo è concreta, sonora, palpabile. La chiusura forzata degli esercizi senza un adeguato “ristoro” da parte dello Stato è obiettivamente un sopruso, un’evidente ingiustizia, mentre l’apertura a singhiozzo e con orari risibili è forse un rimedio ancora peggiore, perché impedisce agli operatori di programmare gli approvvigionamenti e con essi l’attività stessa.

«La nostra categoria rischia di morire», dicono i ristoratori, e la loro non è una protesta di principio né ideologica: il rischio è reale, immediato, drammatico, si tratta di una disperazione che coinvolge migliaia di famiglie e di lavoratori precarizzati ulteriormente, un “grido di dolore” che emerge anche da questo post, pubblicato sui social dai 37 locali che fanno parte del gruppo “RistorantiBergamo”:

«In questi mesi abbiamo accettato le regole imposte dal governo, abbiamo chiuso quando ci è stato imposto e ci siamo organizzati, con tutti i limiti del caso e le fatiche conseguenti, con il delivery e il take-away. Molte le limitazioni, le difficoltà economiche. Molto il disagio emotivo, la rassegnazione e la preoccupazione per i problemi che hanno colpito pesantemente la nostra categoria, i nostri dipendenti e tutti i settori coinvolti dalle nostre chiusure. I problemi non ci sono stati solo quando siamo rimasti chiusi, ma enormi sono state e sono tuttora le difficoltà oggettive nelle riaperture a singhiozzo proposte dai diversi decreti: dai problemi con il personale a quelli con i fornitori. Siamo gente che lavora sul campo, con ordini quotidiani, forniture fresche, una programmazione impossibile nei tempi dettati da decreti arrivati sempre all’ultimo e senza mai una logica uno dall’altro. Grande lo stress, lo sconcerto per decisioni arrivate purtroppo ogni volta in ritardo. Nonostante questo, abbiamo sempre rispettato tutte le norme, anche se nessuno ha mai provato a mettersi dalla nostra parte: ragionando come un ristoratore, pensando che il nostro settore ricade su altre numerose categorie. Dietro ognuno di noi, ci sono dipendenti, fornitori, servizi. Ci sono famiglie rimaste senza stipendio o in attesa di cassa integrazione. Grande la demoralizzazione: ci siamo sentiti gli ultimi, ci sentiamo gli ultimi. Ed è semplice capire il perché: noi, e solo noi, siamo quelli che restano sempre chiusi. Questo nonostante abbiamo sempre accettato tutte le regole imposte, abbiamo da subito investito nella sicurezza, nel distanziamento sociale. Ma non è bastato: noi restiamo gli ultimi, anzi gli invisibili, totalmente dimenticati. Perché i centri commerciali si riempiono? I negozi si aprono? Perché per i ristoratori non c’è mai alcuna alternativa mentre per le altre categorie si trovano soluzioni? I contagi sono aumentati mentre siamo stati chiusi, ma nessuno ne parla e noi continuiamo a restare senza lavoro».

Bergamo, 8 gennaio 2021