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Le crisi economiche sono un affare per le bande di usurai

C’è una vera cloaca maleodorante che ribolle sotto il termine “lockdown”, un mondo infame e lercio di spregiudicati strozzini, di pendagli da forca che strangolano le loro vittime spesso portando loro via tutto, attività, beni di famiglia, qualche volta anche la vita.

La loro fortuna è la presenza di un sistema bancario ottuso, che finanzia solo chi dimostra di possedere abbondanti garanzie oppure, con sempre maggiore frequenza, chi appartiene a qualche gruppo di potere senza alcuna necessità di dimostrare un qualsiasi grado di solvibilità, un sistema creditizio privo di etica che al contrario frappone mille ostacoli alla concessione di piccoli prestiti quando servono solo a coprire una temporanea mancanza di liquidità.

Ed i bisogni complessivi di finanziamento sarebbero certo più contenuti se i piccoli imprenditori fossero “autorizzati” a lavorare liberamente ed a godere del frutto onesto del loro lavoro: questo se non fossimo tutti sotto ricatto di virologi dilettanti e se uno Stato privo di idee chiare non avesse sottratto a troppe categorie di lavoratori autonomi qualsiasi possibilità di sopravvivenza.

La necessità di provvedere ai bisogni della propria famiglia e spesso anche dei dipendenti spinge l’imprenditore dapprima a dare fondo alle proprie risorse, poi ad indebitarsi pesantemente attraverso i canali creditizi ed infine ricorrendo alla rete del “passa parola” nel sottobosco putrescente dei cravattari, squallidi sciacalli maestri dell’anatocismo, troppo spesso tollerati dalla giustizia.

Per fortuna il velo di omertà frutto di minacce e violenze, o forse di banale vergogna che impedisce alle vittime di ammettere di aver trovato, ricorrendo agli strozzini, un rimedio peggiore del male, a volte si squarcia permettendo agli inquirenti di assicurare alla giustizia gli usurai ed i loro complici picchiatori, come successo in questi giorni in bergamasca nel corso dell’operazione «Handbrake», ossia «freno a mano».

Un’indagine iniziata nel marzo dello scorso anno, condotta dal Nucleo Investigativo dei carabinieri di Bergamo e coordinata dal Sostituto Procuratore Emanuele Marchisio, che attraverso una serie di intercettazioni ha permesso di ricostruire un vasto giro di usura e che si è per ora conclusa con l’arresto di due pregiudicati accusati di usura aggravata, un settantenne di Bonate Sopra ed un 53enne di Azzano San Paolo, un’ordinanza di custodia in carcere emessa dal gip Federica Gaudino a carico di un sessantenne di Borgo di Terzo, tuttora ricercato e quattro denunce a piede libero.

La svolta decisiva alle indagini è stata data da alcune intercettazioni riguardanti il titolare di un bar, consigliere di Ascom, in un comune dell’hinterland bergamasco che, per problemi di liquidità e dopo vani tentativi di ottenere credito in banca, si era rivolto a degli strozzini. Un fenomeno, questo, in netta crescita e che sta mettendo a rischio l’attività e l’incolumità di decine di piccoli imprenditori.

La vittima aveva richiesto prestiti accettando tassi fino al 100%, accumulando debiti per un milione di euro, mentre l’usuraio settantenne scorrazzava in Maserati ed era titolare di assegno d’invalidità di 374 euro ed un reddito di cittadinanza di 630 euro. La restituzione dei prestiti era preceduta e accompagnata da pesanti minacce, non solo verbali, e da atti di intimidazione e di violenza anche esibendo armi. Per queste opere di “convincimento” quale «riscossore di crediti» veniva anche incaricato un pluripregiudicato trentasettenne di Urgnano, di origine siciliana.

Come spesso accade, anche l’imprenditore si è trovato costretto a cedere allo strozzino la sua autovettura, a svendere i gioielli di famiglia ed a firmare una scrittura privata per la cessione della propria attività commerciale: questo è il modo comodo e sicuro grazie al quale le mafie e la criminalità organizzata costruiscono oggi la loro ricchezza, che non si limita solo alla prostituzione, al traffico di droga, di armi e di schiavi.

Martedì, 20 aprile 2021