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Il turismo invernale ha bisogno di ossigeno

Dall’8 marzo dello scorso anno il turismo invernale con tutta la sua preziosa filiera, stazioni di risalita in testa, è fermo con le quattro frecce e già da tempo in riserva: il settore neve è stato infatti il più penalizzato dalle decretazioni contro il diffondersi della pandemia.

Da allora e per tutta la durata della scorsa stagione ci sono stati solo annunci di possibili ripartenze, prima della «beffa» finale di metà febbraio quando il ministro della Sanità Roberto Speranza bloccò la riapertura a meno di 12 ore dall’annunciata ripartenza.

Massimo Fossati, amministratore del comprensorio sciistico di Valtorta-Piani di Bobbio e presidente degli impiantisti lombardi, ricorda che «in quella occasione tutta la politica aveva assicurato ristori immediati per il mondo della neve, ma siamo già ad aprile e non abbiamo ancora visto un solo euro».

In realtà è proprio di questi giorni l’annuncio di un decreto legge del 22 marzo che dovrà trovare concreta applicazione entro trenta giorni e che all’articolo 2 assegna 700 milioni di euro al turismo invernale italiano a favore degli impiantisti, degli esercizi commerciali, maestri di sci e scuole di sci presenti nei comprensori.

I fondi saranno trasferiti dallo Stato alle Regioni in base alle «presenze turistiche», difficili da calcolare soprattutto per l’utilizzo delle seconde case, ed entro il 22 aprile dalle Regioni ai Comuni dotati di stazioni sciistiche: il decreto, tuttavia, non è chiaro ed ha trovato scarso consenso per quanto riguarda i criteri di ripartizione dei fondi. Secondo Fossati l’unico parametro di riferimento oggettivo dovrebbe essere la media di fatturato degli ultimi tre anni.

I Comuni provvederanno poi a ripartire i fondi ottenuti destinando almeno il 70% agli impiantisti in base al numero di skipass venduti nel 2019 ed il rimanente 30% alle altre attività commerciali come alberghi, ristoranti, rifugisti, commercianti, maestri e scuole di sci in base al fatturato del triennio 2017-2019.

«Occorre uniformare i parametri che regolano il passaggio tra Stato e Regioni e tra Regioni e Comuni – sottolinea il presidente di Anef Massimo Fossati – altrimenti si rischierebbe di assegnare troppi fondi ad alcune Regioni e troppo pochi ad altre».

Chiuse dall’8 marzo 2020 e, nella migliore delle ipotesi, almeno fino al dicembre di quest’anno, tutte le stazioni sciistiche sono in grande difficoltà: hanno investito per ripartire in sicurezza centinaia di migliaia di euro, sono state fermate, e ora dovranno reinvestire altri fondi per riaprire quando sarà consentito. Gli impiantisti rappresentano quindi il settore che nella gestione della pandemia ha sopportato i danni maggiori, senza nulla togliere al turismo in genere, alla ristorazione, al tempo libero, all’arte ed allo spettacolo.

Giovedì, 1 aprile 2021