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Turismo lento, ospitalità diffusa, artigianato, orientarsi verso una nuova economia

Il futuro della montagna passa dal superamento della monocultura dello sci alpino, il Club Alpino Italiano propone di diversificare gli investimenti valorizzando: turismo lento, tradizioni locali, artigianato, agricoltura, frequentazione delle aree protette e forme di ospitalità diffusa orientandosi verso una nuova economia montana.
Necessari servizi ed infrastrutture per contrastare lo spopolamento.
Il testo elaborato dalla Commissione centrale tutela ambiente montano dal titolo “Cambiamenti climatici, neve, industria dello sci. Anali del contesto, prospettive, proposte” è stato approvato all’unanimità dal Comitato Centrale di indirizzo e controllo diventando la posizione ufficiale del Club Alpino Italiano su queste tematiche importanti.
Le conseguenze delle scelte che tendono alla proliferazione di nuove infrastrutture, generano effetti devastanti sull’ambiente, la biodiversità, la stabilità idrogeologia dei territori, distorsioni e diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza e dei redditi tra le diverse località montane, intere vallate e tra i cittadini.
Da parte del Cai c’è una netta presa di posizione di contrarietà ad ampliamenti e alla realizzazione di nuove infrastrutture anche in alta quota. Centinaia di milioni di euro proposti per progetti di nuovi impianti, spesso con la partecipazione di fondi pubblici, potrebbero essere destinati a strategie alternative e praticabili.
«Proponiamo una diversificazione e uno sviluppo economico locale maggiormente confacenti con gli obiettivi di Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, nella consapevolezza che la dipendenza dal solo turismo sciistico rende la montagna debole e vulnerabile – afferma il Vicepresidente generale Erminio Quartiani – Vanno cioè potenziate le attività produttive tradizionali come il turismo rurale, la piccola impresa artigiana e l’agricoltura di montagna, ma anche sostenute le attività innovative di una economia legata ai siti Natura 2000 e ai Parchi, in sinergia con la filiera agroalimentare, il settore forestale, la ristorazione, l’offerta culturale, il commercio di prossimità e le produzioni tipiche locali».
Quartiani sottolinea inoltre.
«occorre garantire certezza nella disponibilità e diffusione di servizi e infrastrutture indispensabili: scuole, medicina di base e territoriale, farmacie, centri sportivi e culturali polivalenti, servizi bancari anche dedicati agli impieghi in loco, servizi postali e di telecomunicazione efficienti e capillari, servizi per gli anziani e i giovani, mezzi pubblici funzionanti, sistemi telematici moderni, superando il digital divide ancora penalizzante per la montagna».
Una nuova economia montana:
«Occorrono concretezza e chiarezza nella lettura del presente e nelle previsioni per il futuro, accompagnate a quella moderazione necessaria per incontrare il consenso nel delineare una transizione verso una nuova economia montana – continua Quartiani – Un’economia nella quale gli interessi in campo siano orientati verso la sostenibilità attraverso un patto di solidarietà tra città e montagna, tra residenti e frequentatori, orientati a fare interagire ambiente, clima e sviluppo, interessi locali e nazionali, individui e collettività».
Potenziare un’attività diversa dallo sci alpino:
«Per fare questo, è necessario programmare l’uso di ingenti risorse da destinare alle aree montane e interne, per creare sviluppo di qualità e occupazione, manovrando la leva della fiscalità di vantaggio per chi abita, lavora e imprende nelle terre alte, con un uso coerente e determinato di piani e fondi europei, a cominciare dal New Green Deal, al Recovery Plan, al Next Generation EU – conclude Quartiani – Il Cai ci crede e propone una via diversa dalla vecchia ricetta, distorsiva e datata, della crescita economica quantitativa della montagna, tutta incentrata sulla monocultura dello sci da discesa».