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Il nonno nel lager, dalle sue parole un libro-memoria: la presentazione a San Giovanni Bianco

In occasione della Giornata della Memoria il Comune di San Giovanni Bianco, in collaborazione con l’Associazione nazionale partigiani d’Italia Valle Brembanaorganizza un incontro con Leonardo Zanchi, presidente di Aned Bergamo – Associazione Nazionale Ex Deportati, autore del libro “Domani mattina. La memoria nelle parole dei lager nazisti”, Biblion Edizioni, 2025.

Nel suo libro Leonardo Zanchi esamina il ruolo della lingua e della comunicazione nell’esperienza dei deportati italiani nei campi nazisti ed analizza tanto il lessico della violenza nazista quanto il controlinguaggio di resistenza dei prigionieri stessi. Parole per opprimere ma anche e soprattutto parole per resistere. Una resistenza morale e non violenta, che i deportati realizzano contrapponendo al lessico d’odio, di sopraffazione e di morte dei nazifascisti, un vocabolario composto da parole di sopravvivenza, di solidarietà, di vita.

Appuntamento venerdì 23 gennaio alle 20.30 a San Giovanni Bianco nella sala polivalente in via Castelli 19. Ingresso libero.

Qui l’articolo con cui abbiamo raccontato l’opera di Zanchi su Valbrembana Magazine

“Schnell, mi diceva mio nonno quando veniva a prendermi fuori da scuola, a San Pellegrino, e ci incamminavamo verso la sua auto. “Los, los”, mi diceva, se mi perdevo in chiacchiere con qualche compagno. “Dobranoc”, invece, era la buonanotte e anche il modo per dirci che era ora di andare a casa, quando la domenica con la famiglia rimanevamo dai nonni fino a sera».
Sono parole ed espressioni che il sanpellegrinese Leonardo Zanchi, 29enne, ricorda fin da bambino. «All’inizio pensavo fossero dialetto bergamasco, perché il nonno lo parlava spesso, – dice – ma poi mi accorgevo che non le sentivo da nessun’altra parte. Era come se fossero un linguaggio tutto suo, personale».
Crescendo, Leonardo ha capito che quelle parole provenivano da un’esperienza precisa: il nonno materno, Bonifacio Ravasio, era stato deportato come politico nel lager nazista di Buchenwald, nella Germania centro-orientale, e quelle erano le tracce della lingua del campo, che non ha più dimenticato.
Quando arrivò nel lager, il 3 agosto 1944, Bonifacio aveva solo 17 anni e venne immatricolato con il numero 33843.


«Diventò il suo nome, – racconta il nipote –. Aveva dovuto memorizzarlo in tedesco per rispondere all’appello quotidiano. Se mancavi alla chiamata erano botte».
Accanto al numero, cucito sulla divisa a righe, vi era un triangolo rosso con la I al centro: il simbolo dei deportati politici italiani.
Nato ad Alzano nel 1927, Ravasio era cresciuto in una famiglia socialista e convintamente antifascista. Giovanissimo, lavorava alla Stipel (oggi sarebbe la Tim) e consegnava porta a porta, per le vie di Bergamo, gli elenchi telefonici.

«Dentro inseriva volantini contro Mussolini e contro il fascismo: la dittatura calpestava i diritti delle persone, soprattutto delle famiglie operaie come la sua, e lui sentiva di dover fare qualcosa», dice il nipote.
Arrestato e deportato, viene liberato dall’Armata Rossa nel maggio del 1945. Torna a casa e capisce subito che nessuno è disposto ad ascoltare quello che avevano visto e subìto lui e i suoi compagni.


«Non ha mai raccontato volentieri quel periodo della sua vita, forse perché appena rientrato trovò molta incredulità intorno a sé», commenta Leonardo. Bonifacio si sposa nel 1951 con Vanna Salaroli, di San Pellegrino, e si trasferisce in Valle Brembana: «Ha trascorso gran parte della sua vita qui. Mi raccontava sempre che non potevo immaginare quanta gente passeggiava sul viale, alla fonte e sotto i portici, quando lui era giovane».
Bonifacio Ravasio muore nel 2016 e da allora il nipote Leonardo Zanchi ha raccolto il testimone di questa storia. Leonardo oggi è dottorando di ricerca all’Università per stranieri di Siena e a gennaio 2025 ha pubblicato il libro «Domani mattina».


La memoria nelle parole dei lager nazisti (Biblion edizioni). «Mi sono laureato in Lettere moderne alla Statale di Milano e mi è rimasta la curiosità per il lessico dei lager. Non si tratta solo delle parole d’odio dei nazisti, ma anche delle parole di solidarietà e di resistenza che i deportati si scambiavano fra loro, di nascosto, quando erano meno sorvegliati: dialogare nel campo era un modo per sentirsi ancora esseri umani, capaci di resistere e di sperare. Speravano di ritornare», aggiunge Leonardo.


Dopo alcuni incontri a Milano e a Bergamo, il libro è stato presentato anche a San Pellegrino lo scorso febbraio, poi a Piazza Brembana e a Baresi (Roncobello) quest’estate. Il 23 gennaio 2026 la serata anche a San Giovanni Bianco: «Ringrazio quanti si stanno prendendo a cuore questo tema e questo libro, – dice Leonardo – mi sembra importante riflettere su quanto accaduto, soprattutto oggi, quando sentiamo ancora parlare con superficialità di deportazioni, addirittura di intere popolazioni. Mio nonno all’inizio degli anni ’90 scrisse delle brevi memorie e concluse affermando: «Finché vivrò insegnerò ai miei figli e nipoti a odiare ogni forma di dittatura e a lottare sempre per la libertà».
«È un’eredità impegnativa – commenta Leonardo – ma dobbiamo cercare di esserne all’altezza».

Sabato 17 gennaio 2026

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