Di Eli Pedretti (sindaco di Foppolo)
Dalle radici orobiche ai vertici della diplomazia vaticana, Monsignor Aldo Cavalli è una delle figure più autorevoli della Chiesa contemporanea. Nato a Lecco nel 1946 e cresciuto a Caprino Bergamasco, ha servito la Santa Sede come Nunzio Apostolico in contesti complessi come Angola, Cile, Colombia e Paesi Bassi, portando la sua esperienza pastorale ai quattro angoli del globo.
Oggi ricopre un incarico di estrema fiducia conferitogli direttamente da Papa Francesco: dal novembre 2021 è Visitatore Apostolico a carattere speciale per la parrocchia di Medjugorje, dove cura l’accoglienza di milioni di fedeli. In occasione del suo ritorno a Ponte San Pietro, paese dove ha deciso di vivere e di chiamare ‘casa’, lo abbiamo incontrato per un dialogo profondo sul rapporto tra giovani e fede e sul mistero della conversione in un mondo che cambia.
L’intervista completa la trovi anche sul canale Youtube di ValBrembanaWeb
Monsignor Cavalli, Lei ha servito la Chiesa in tutto il mondo. Come sta oggi la fede in un’epoca di grandi trasformazioni?
«La fede è fondata sul Signore Gesù Cristo e resta sempre uguale: la riceviamo, la accogliamo, non la inventiamo. Ciò che cambia è il nostro mondo: cambiano le epoche, le culture, le storie. Rispetto a trent’anni fa, tutto è molto diverso: stiamo vivendo un radicale cambio d’epoca. È in questo contesto che il Vangelo deve incarnarsi, ed è questo il nostro compito: capire l’epoca in cui viviamo senza criticare, senza condannare per annunciarvi il Vangelo. Dobbiamo entrare in una nuova evangelizzazione. “Nuova” non significa un nuovo metodo, quello viene da sé; significa nuova attitudine, un modo diverso di entrare nel mondo. La fede, stabile nella sua essenza, deve farsi presente nel mondo di oggi».
Nel suo lungo ministero pastorale, quali sono state le maggiori difficoltà nel tentativo di divulgare il messaggio apostolico?
«La prima difficoltà viene da noi stessi: dobbiamo aggiornarci nella mente, nel cuore, negli studi, per poter affrontare il compito di annunciare il Vangelo a questo mondo. La seconda è comprendere il mondo di oggi. Le difficoltà nascono quando non ci si aggiorna, quando non ci comprende l’oggi e questo rende impossibile, o quantomeno molto difficile, annunciare il Vangelo».
Međugorje è tradizionalmente un luogo di pellegrinaggio. Come si avvicinano i giovani a questo santuario? Cosa cercano quando arrivano e come riesce Međugorje a parlare ai loro cuori?
«Vengono 2 milioni di persone all’anno, tra cui 47mila sacerdoti e centinaia di migliaia di giovani. Perché vengono? Noi non facciamo sponsorizzazioni né pubblicità: vengono liberamente. È il Signore che li chiama. Quando arrivano, lo fanno con una chiara finalità: l’incontro con il Signore Gesù, il colloquio, l’unione con Lui, accompagnati dalla Vergine Maria. A Međugorje non c’è niente da vedere, niente da contemplare se non il Signore Gesù e la Vergine Maria».
Si dice spesso che i giovani siano distanti dalla fede. Cosa direbbe a un giovane che si sente smarrito, ma è alla ricerca di un senso per la sua vita?
«Di continuare a cercare. È proprio in questa ricerca che entra lo Spirito Santo, che entra il Signore Gesù. Per questo vengono a Međugorje: non perché li chiamo io, ma perché li chiama il Signore. Il nostro compito è accoglierli bene — spiritualmente — e poi è lo Spirito Santo e il Signore a fare il resto. Accogliere bene significa collaborare con il Signore Gesù nella liturgia, che è incontro con Gesù, e nella presenza di Maria».
Ha incontrato difficoltà nel tentativo di avvicinare i giovani alla fede?
«Il problema è il cambio d’epoca. Qui a Ponte San Pietro, trent’anni fa, c’era un oratorio sempre pieno e tutte le sere vedevo gruppi di giovani che venivano alla messa. Il rapporto fra giovani era incredibile; era pieno di autenticità e di preparazione. Quante volte li vedevo, era un mondo così. Adesso la mentalità è differente, il mondo è cambiato. Oggi la mentalità è diversa, ma i giovani non sono contro di noi: hanno semplicemente una mente diversa. La nostra grande difficoltà è come annunciare il Vangelo a quest’epoca. Non obbligando, non condannando, non calando dall’alto un insegnamento, ma stando con loro. Stando con loro, davvero, da sacerdote, da padre e madre di famiglia, stando con loro, con autenticità, vedrete che il mondo cambia di nuovo».
Pasqua si avvicina. Qual è il suo messaggio per i giovani, in un mondo che sembra celebrare la forza e il pessimismo? Quali parole di speranza concreta vuole rivolgere a chi vive incertezze, paure, fragilità, in un’Europa che da quattro anni convive con l’eco della guerra alle proprie porte?
«Il racconto di Adamo ed Eva, di Caino e Abele, è il manifesto dell’umanità di oggi e di sempre: il no a Dio e il sì al demonio. Gesù, con il suo sì a Dio, ci ha aperto la via dell’amore, la via dei comandamenti, la via della risurrezione alla vita. Il demonio è l’opposto: ci mette uno contro l’altro. La Pasqua è il sì a Dio e il no al demonio. Sì a Dio significa entrare, in Gesù, in una vita d’amore: significa no all’odio, all’invidia, alla gelosia. Uno dei messaggi che si attribuiscono alla Madonna di Međugorje è proprio questo: volete vivere in pace? Discutete pure, ma non litigate. Avere idee diverse è normale, ma non litigate in famiglia, tra sacerdoti, tra vescovi. State in pace. Questa è la Pasqua: sì al Signore, no al demonio».
Qual è la posizione della Santa Chiesa riguardo ai miracoli? Lei usa il termine “presunto”. Perché questa scelta?
«“Presunto” significa è vero, ma non posso documentarlo. Per le apparizioni — come a Lourdes e a Fatima — si parla di certezza morale, ma non documentabile. Posso forse documentare che qualcuno ha visto la Madonna? No, perché è un’esperienza interiore. È dunque una certezza morale vera, ma non verificabile dall’esterno. Chi ha avuto la grazia, spesso ci fornisce una testimonianza dei doni ricevuti che conserviamo nei nostri archivi in modo riservato. Tuttavia, scegliamo di non dare seguito a inchieste mediatiche: riteniamo che l’esposizione pubblica e il clamore della stampa possano ledere la natura profonda e il silenzio necessario che ogni grazia richiede. Di certo, prima del 25 giugno 1981, Međugorje era sconosciuta. Da quella data è diventato un luogo di grazia. Chi l’ha scelto? Non noi. Il Signore l’ha scelto, il Signore l’ha voluto, attraverso l’esperienza straordinaria di quei sei ragazzi che dissero di aver visto la Madonna. Oggi, riguardo alle apparizioni, non si dirà più “appare” o “non appare” — solo il Papa, in casi eccezionali, potrà pronunciarsi. Si dirà: se in un luogo la gente va a pregare, incontra il Signore, si converte, nascono vocazioni, allora è un luogo di grazia. Il “Nihil obstat” del Papa significa: andate a Međugorje, andate a Lourdes, a Fatima, perché sono luoghi di grazia. E la grazia vuol dire che Dio interviene in modo speciale. Perché lì e non altrove? Perché il Signore fa quello che vuole».
Guardando al futuro, come vede Međugorje? Teme il rischio dell’oblio o crede in una riscoperta da parte delle nuove generazioni? Cosa serve affinché questo accada?
«Međugorje è un luogo di grazia – come Lourdes o Fatima – non inventato da noi. Sono luoghi che il Signore sceglie per dire: vieni, vieni per questo incontro profondo con Gesù e con Maria, incontrerai la grazia, incontrerai dentro di te il valore della tua vita. È questo che accade in un luogo di grazia. Noi cosa dobbiamo fare? Collaborare. Niente sponsor, niente soldi, niente costruzioni. Se collaboriamo, vuol dire che apprezziamo ciò che il Signore ha fatto, e il Signore resta con noi. Se non collaboriamo, attenti a noi».













