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La sanità non può prescindere dalla medicina territoriale

Quando la nostra era una società rurale, dopo il sindaco, il parroco e il gendarme era il veterinario l’autorità più riconosciuta nei nostri paesi, nella bassa come in montagna. E il “medico condotto”, che veniva chiamato quando proprio non se ne poteva fare a meno: sapeva tutto dei componenti delle famiglie, perfino il loro albero genealogico, non aveva bisogno di annotarsi le loro anamnesi, le sapeva tutte a memoria.

Quelli erano “medici di famiglia” nel vero senso della parola, a loro bastava spesso ispezionare con un cucchiaio le tonsille, auscultare i polmoni con lo stetoscopio, osservare in viso l’assistito con uno sguardo per comprendere se era necessario il ricovero in ospedale, evenienza riservata ai casi più gravi non curabili con i consueti rimedi.

Oggi i medici di base, sovraccaricati ciascuno con un numero di pazienti fino ad un massimo di 1800 unità, sono oberati indebitamente di incombenze burocratiche, tanto da dover rinunciare spesso al rapporto umano e diretto con gli assistiti: pochi di loro ormai vengono visitati a domicilio, molti ottengono solo un’assistenza telefonica basata sulla descrizione sommaria dei sintomi e la quasi totalità viene consigliata, nel caso di gravi sospetti, di rivolgersi al “medico di guardia” o direttamente alle strutture ospedaliere.

In pratica ormai da anni, con l’obiettivo di realizzare risparmi nella spesa pubblica, nel sistema “sanità”, che insieme con quello pensionistico viene generalmente considerato il più dispendioso, è venuto a mancare il medico di prima istanza, il filtro necessario per un preventivo “triage” sul territorio, un’arma utile a disinnescare il possibile default della sanità. Anche su questo tema dovrebbe essere avviato un processo di revisione, che comprenda nuove modalità d’integrazione fra pubblico e privato, così come andrebbe incentivata la creazione di ambulatori destinati a medici che intendano esercitare la libera professione associandosi fra loro.

La situazione in alcune aree della bergamasca desta più di una preoccupazione: per esempio a Onore, nella conca della Presolana, un vero medico, il dottor Giambattista Gozzini, lo scorso martedì ha preso il posto occupato a lungo ironicamente per protesta da una sagoma in cartonato, ma la sua presenza sarà limitata ad una sola ora di visite e solo il martedì. Tuttavia la situazione più difficile riguarda Castione della Presolana, dove stanno per andare in pensione ben due dei tre medici attualmente in servizio.

Con il pensionamento del dottor Giuseppe Galati, che risale al 2019, anche la Valle Imagna, soprattutto a Strozza, Capizzone e Bedulita, ha conosciuto un lungo periodo di calvario in materia di assistenza sanitaria per i 1500 mutuati: la soluzione trovata da ATS non può essere considerata risolutiva, in quanto settimanalmente quattro mezze giornate di ambulatorio in ambito CAD (Continuità Assistenziale Diurna) sono obiettivamente troppo poche.

Domenica, 19 Dicembre 2021