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Le nuove linee guida per le terapie domiciliari

Dopo oltre un anno di “tachipirina e vigile attesa”, ovviamente l’attesa di un ricovero urgente magari in terapia intensiva, finalmente i vertici della linea di comando del sistema sanitario italiano si sono accorti che, oltre alla civetta sul comò, paziente e silente, esiste anche la possibilità di combattere l’infezione virale al suo primo manifestarsi, evitando le successive nefaste conseguenze.

Meglio tardi che mai, ma sarebbe stato più opportuno prima, si sarebbe così evitata la campagna di terrore mediatico e non sarebbero stati necessari i troppi provvedimenti liberticidi e le ricadute funeste sul nostro sistema economico.

La “montagna”, il chiacchierato Ministero della Salute, ha finalmente partorito il “topolino”, una circolare di una trentina di pagine nella quale vengono fissate le linee guida che i medici di base ed i pediatri devono osservare nella gestione domiciliare dei pazienti CoViD al momento della prima diagnosi.

Nel documento, che porta la firma di Gianni Rezza, direttore generale della Prevenzione, si sottolinea che «una corretta gestione dei casi più lievi fin dalla diagnosi consente di mettere in sicurezza il paziente e non affollare gli ospedali»: da notare che questa è la tesi di ricercatori e medici come il nostro prof.Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, fin da tempi non sospetti. La scoperta del ministero sarebbe quindi pari a quella tardiva dell’acqua calda.

Si intende «caso lieve» quando si verifica la «presenza di sintomi come una temperatura di poco superiore ai 37.5°C, accompagnata da malessere, tosse, faringodinia, congestione nasale, cefalea, mialgie, diarrea, anosmia, disgeusia, in assenza di dispnea, disidratazione, alterazione dello stato di coscienza» ed una saturazione dell’ossigenazione del sangue non inferiore al 92%. Per gli asintomatici o con scarsi sintomi, le “rinnovate” linee guida governative confermano la strategia difensiva della «vigile attesa», cioè il semplice «costante monitoraggio dei parametri vitali e delle condizioni cliniche del paziente». Per gli anziani «è importante considerare alcuni sintomi atipici di Covid19 come delirium, cadute, apatia, sonnolenza, confusione, disorientamento e qualsiasi modifica dello stato funzionale».

Per quanto riguarda la somministrazione di farmaci, il protocollo prevede che in caso di necessità si possa ricorrere al paracetamolo o a farmaci antinfiammatori non steroidei, mentre, salvo casi eccezionali, sono sconsigliate terapie con steroidi, eparina, antibiotici e idrossiclorochina. L’eventuale trattamento a base di monoclonali deve essere iniziato il più precocemente possibile rispetto all’insorgenza dei sintomi, e comunque non oltre i dieci giorni dall’inizio degli stessi.

La diagnosi precoce e, soprattutto, il tempestivo intervento terapeutico nelle fasi iniziali dell’infezione sono strettamente correlati alla presenza ed alla disponibilità di medici di base sul territorio, capitolo dolente e dovuto alle scellerate politiche di risparmio in tema di sanità pubblica lungo gli scorsi decenni.

I medici di base sono in via d’estinzione ed i pensionamenti non vengono mai coperti integralmente dalle nuove leve: ciò comporta spesso la perdita di presidio del territorio o il sovraccarico di pazienti per ciascun medico operante, con il risultato di una concreta impossibilità ad eseguire visite ed assistenza domiciliare.

Lo scorso 6 aprile si è chiuso in Lombardia il bando per gli ambiti critici, ovvero le zone carenti di assistenza primaria e di pediatria di libera scelta: 949 i posti vacanti in regione, di cui 104 in Bergamasca. Solo 45 le domande pervenute, delle quali nove concernenti trasferimenti, mentre non tutti i 36 restanti accetteranno di occupare i posti vacanti, preferendo un impiego ospedaliero e ciò fa ritenere che nella migliore delle ipotesi si copriranno con nuove forze solo 25-30 posti, lasciando quindi ancora scoperti circa 74 territori ed i relativi cittadini.

Esiste un problema di programmazione ma anche di «crisi della professione», un malessere sempre più diffuso, legato a una professione che sta perdendo protagonismo e autonomia per diventare sempre di più l’ingranaggio più esposto eppure più fragile di una catena di montaggio raramente basata sulla professionalità e sul merito.

Giovedì, 29 aprile 2021