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Gli italiani vogliono tornare alla normalità

Solo nel Bel Paese capita di leggere o ascoltare un qualsiasi notiziario, assistere a qualsiasi dibattito, avventurarsi in un confronto anche familiare e sentirsi sommersi da informazioni catastrofiche, appelli terroristici, atteggiamenti ipocondriaci di gente comune e show mediatici di personaggi che le epidemie, i virus ed i criteri scelti dai comitati per giustificare la loro poltrona trattano al pari del campionato di calcio.

Gli italiani, ma anche i bergamaschi che pure il virus l’hanno incontrato faccia a faccia e troppo spesso non riuscendo a salvarsi, dopo un anno e qualche mese di rinunce, di ordini, decreti, divieti, arresti domiciliari e sacrifici quotidiani sono stanchi di terrorismo istituzionalizzato, di avvertimenti e di punizioni, di chiusure e di multe, ma anche di statistiche e numeri spesso ingannevoli, di duelli senza esclusione di colpi tra virologi, epidemiologi, infettivologi, apprendisti veterinari, e di guerre finanziarie fra produttori di vaccini, di menzogne e di malafede.

Siamo stanchi di quest’aria cupa e irrespirabile, di presagi di sventure e di previsioni nefaste ad ogni tentativo di guadagnare un po’ di libertà: invece interviene la forza pubblica ad imporre il TSO ad un ragazzo che rifiuta la mascherina, un nostro medico bergamasco, il Dott.Remuzzi direttore dell’Istituto Mario Negri, rischia la radiazione come molti altri medici coscienziosi solo perché il sistema impone altre forme di guerra al virus che non contemplano le terapie farmacologiche domiciliari.

Me ne assumo la responsabilità, ma non posso fingere di ignorare che il potere delle multinazionali del farmaco abbia condizionato ed ancora lo stia facendo, a partire dall’OMS, l’intera gestione della pandemia. Sono troppe le coincidenze, proprio a Bergamo lo scorso anno, quando giunse da Roma l’ordine di non eseguire autopsie e di far scomparire nei forni crematori ogni traccia di prova che non fu il virus ma un’errata terapia la causa della morte di tanti pazienti. Una pessima gestione quanto meno dilettantesca se non colpevole tuttora al vaglio della Magistratura, ammesso che la “ragion di Stato” non impedisca alla Verità di manifestarsi in tutta la sua tragica ampiezza.

Non è finita, i soloni televisivi ci ripetono ogni giorno «aspettiamoci altre ondate ed altre chiusure», altro terrore ed altre aspre polemiche tra chi può restare sul divano di casa a godersi i privilegi di uno stipendio pubblico e chi, se non alza la saracinesca o non visita un cliente, non ha nulla da mettere in tavola.

Ne sanno qualcosa i nostri ristoratori, lo sanno molto bene tutti gli addetti del turismo invernale che per un intero anno si sono dati da fare per adeguare impianti e strutture ricettive per poi venire presi in giro per l’ennesima volta da burocrati con poco cervello.

I bergamaschi, gli italiani, hanno rispettato come sempre le regole, anche le più irrazionali e stravaganti, hanno rinunciato alla Pasqua, alle ferie, al Natale ed ancora alla Pasqua, si sono chiusi in casa a cantare sui balconi «ce la faremo», si sono fidati anche di chi li ha sorvegliati con i droni, rincorsi con le autoblindo, puniti peggio di delinquenti, oggi quegli italiani ancora si fidano di chi inietta un vaccino ancora poco testato, sono disposti a fare da cavie pur di riacquistare un po’ di libertà, di tornare a vivere una vita quasi normale, con la museruola e tenendo a distanza il prossimo e pure i parenti.

Il diritto alla salute non è preminente rispetto a tutti gli altri diritti, perché in un regime libero ogni diritto ha la stessa dignità: chi non accetta neppure il minimo rischio può restare isolato, impedendo ogni forma di contatto a sé stesso, non al resto del mondo.

Non ci resta che attendere: prima o poi i locali riapriranno e torneranno ad assumere personale, gli autonomi emetteranno fatture e parcelle, la gente comune riprenderà a frequentare parchi e giardini, a passeggiare nelle vie dello “struscio”, a ritrovarsi con amici e parenti, a viaggiare. E se qualcuno, dallo schermo televisivo, ripeterà che «dobbiamo morire», cambieremo finalmente canale.

Enrico Scarpellini

Sabato, 8 maggio 2021