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Il dramma dell’occupazione, emergenza non meno importante di quella sanitaria

Chiude Gianetti Ruote, la storica fabbrica di ruote per autoveicoli passata da tempo in mano americana, più precisamente del fondo Quantum Capital Partner e rimangono senza lavoro tutti i dipendenti, licenziati sabato a fine turno senza preavviso e senza rispetto delle normative: una laconica mail è già partita con destinazione i 152 dipendenti dell’azienda di Ceriano Laghetto, in provincia di Monza e Brianza, motivando la decisione con la crisi perdurante dello stabilimento che, con la pandemia, si è aggravata.

I lavoratori sono stati messi in ferie con permesso retribuito fino alla chiusura definitiva della fabbrica che lascerà senza risorse gettandole nel panico 152 famiglie, benché il recidivo comportamento brutale e antisindacale della proprietà fosse stato già sanzionato dal Tribunale di Monza nell’agosto dello scorso anno.

Una mail di licenziamento di massa quasi analoga è stata inviata a 422 lavoratori dall’inglese GKN Driveline che probabilmente intende delocalizzare nell’Est Europa tutta la produzione della sua sede toscana di Campi di Bisenzio: tutti a casa, compresi quattro dirigenti, 16 quadri e 67 impiegati che, con gli operai e l’indotto, portano a cinquecento i licenziati con decorrenza immediata, sulla strada con le loro famiglie e senza ammortizzatori sociali.

Il problema dell’occupazione in Italia si trascina da anni, forse da quando sull’Europa ha preso a soffiare il vento del capitalismo senza regole: cadute tutte le protezioni nazionali, che riuscivano in qualche modo a garantire un positivo equilibrio della nostra bilancia commerciale, liberalizzata la rapina del nostro patrimonio industriale da parte di aggressivi fondi finanziari, delocalizzate le nostre imprese alla ricerca di manodopera a minor costo, tutto ciò ha contribuito a precarizzare il mondo del lavoro.

Hanno fatto il resto l’aumento continuo ed ottuso della pressione fiscale con effetto immediato sui costi di produzione, l’incoraggiamento dell’Unione Europea ad alcuni Stati, come ad esempio l’Olanda, a diventare veri e propri paradisi fiscali, la colonizzazione graduale dell’Italia da parte del regime cinese grazie ai generosi movimenti di denaro sia ai nostri imprenditori allo stremo delle forze sia ai grandi Enti di intermediazione.

Confindustria, a cui anche la Giannetti è associata, non apre bocca, forse troppo occupata a lodare il Governo e la sua maggioranza, mentre i Sindacati, dopo decenni di tigre cavalcata anche a sproposito e di opportunismo nocivo ai lavoratori, ora protesta e si agita ben sapendo che non servirà a nulla o quasi.

La bergamasca, tradizionale terra di alta occupazione, sta pagando come il resto d’Italia il costo di una interminabile fermata per l’emergenza sanitaria: intere filiere produttive sono allo stremo, l’indebitamento di imprese e famiglie ha raggiunto livelli preoccupanti, locali commerciali chiudono o vengono ceduti al ribasso, i giovani sono costretti a trovare occasioni di lavoro all’estero e per il mondo femminile è sempre più difficile conservare il proprio posto di lavoro, ma ancora di più trovarne uno.

Senza un’occupazione o con un lavoro precario non si può progettare una famiglia, non si può costruire un proprio nido, l’orizzonte si ferma all’oggi e ci si ritiene fortunati se non si è costretti ad accettare lavori in nero, sottopagati e senza prospettive.

I numeri relativi al 2020, gli unici disponibili, indicano che le persone occupate o attivamente in cerca di lavoro in provincia di Bergamo, scendono in media sotto il mezzo milione, ed è il terzo calo annuo consecutivo: la diminuzione delle forze lavoro e l’aumento della popolazione attiva spiegano il calo del tasso di attività (67,7%) nella fascia di età tra i 15 ed i 64 anni.

Il mercato del lavoro ed i meccanismi che lo regolano si trovano in una fase difficile e pericolosa: dipende dalle soluzioni che dovranno necessariamente essere concordate fra tutti coloro che hanno una parte in commedia se da questa crisi, iniziata molto prima che il virus sconquassasse tutto, ne usciremo ancora in piedi.

Da anni mi batto per l’azionariato dei dipendenti, un azionariato diffuso che porterebbe i lavoratori ed i loro rappresentanti nei consigli di amministrazione delle aziende dove operano: dove è stato applicato i risultati sono stati convincenti, ma contestualmente occorre trovare il modo di limitare le colonizzazioni da parte delle multinazionali che dispongono di capitali incontrollabili.

Domenica, 11 luglio 2021