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Arlecchino - La Maschera Bergamasca di San Giovanni Bianco
Arlecchino - La Maschera Bergamasca di San Giovanni Bianco
in Arte Arlecchino
Interpretazione della famosa maschera nel Gruppo "L'Arlechì e chi oter Zani sò fradei"

Arlecchino - La Maschera Bergamasca di San Giovanni Bianco
Chi e' Arlecchino, che dal colorito ricamo del vestito fa trasparire un po' del nostro carattere e della nostra umanità ! L'Arlecchino ha fame e se mangia si rammarica che non sarà mai sazio, è stanco per quel poco che ha fatto, ma gli pesa ancor di piu' la fatica che non riuscirà ad evitare domani, rimpiange un amore perduto e già ammicca al prurito di nuove sospirate passioni, sogna beatitudini celesti, ma cede alle lusinghe di infernali diavolerie. L'Arlecchino non nasconde le sue contraddizioni e il "Batòcio", che fa piu' rumore che male, lo sbatacchia per primo sul suo posteriore. Anche per questo ci piace e vorremmo saperne di piu'. Le sue origini sono pero' così lontane, che si perdono nelle leggende che ognuno gli ha ricamato attorno per sentirselo ancor piu' suo. Così all'Arlecchino non gli dispiacque di farsi carico a suo modo, anche delle pene che gravavano il destino dei nostri poveri valligiani che nel '400 - '500 cercavano a Venezia miglior fortuna.
Arlecchino - La Maschera Bergamasca di San Giovanni Bianco

La Maschera di Arlecchino
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Maschera di Arlecchino della Commedia dell'Arte, originaria di San Giovanni Bianco in Provincia di Bergamo e riconoscibile per il costume formato da multicolori losanghe di stoffa. L'origine di Arlecchino si fa risalire a Sannio, personaggio selvatico e barbuto delle farse latine, divenuto in seguito lo Zanni della Commedia dell'Arte. Il nome invece deriverebbe dal francese antico Hellequin, diavolo buffo delle leggende medievali. Nel XVI secolo Arlecchino divenne la maschera più popolare del teatro dell'arte italiano; all'abito variopinto aggiunse una maschera nera sul viso, un cappello bianco, una borsa di cuoio legata alla cintura e una spatola di legno (batocio). Agli inizi personificava il servo lazzarone e truffaldino, mezzano e cinico. In seguito, soprattutto con Carlo Goldoni, si trasformò nel popolano malizioso ma in fondo onesto e sensato Arlecchino.
 
 

La Casa di Arlecchino a San Giovanni Bianco
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Nella Contrada di Oneta si trova la cosidetta casa d' arlecchino, un edificio quattrocentesco che conserva tutti gli elementi distintivi di un passato splendore e che e' destinato a diventare un museo della maschera e del teatro popolare. La casa di Arlecchino era in origine fortificata, ma in seguito divenne un abitazione signorile.  All'interno rimangonotracce di affreschi che ingentilivano pareti e che attualmente sono visibili presso la Canonica e la Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Bianco Un affresco era posto anche sopra la scala d'ingresso e raffigurava un uomo irsuto e vestito di pelli che brandiva un nodoso randello a guardia dell'abitazione, come si deduce dalla scritta posta sul cartiglio: Chi non e' de chortesia, non intragi in chasa mia, se ge venes un poltron, ce daro' col mio baston.

L'edificio apparteneva ai Grataroli, una delle famiglie piu' potenti della Valle, originaria di Oneta di San Giovanni Bianco, che nel quattrocento vantava a Venezia ricchezze e fortune. E qui si innesta il riferimento ad Arlecchino; questa maschera vestiva i panni del servo balordo e opportunista, quale erano nella realta' i valligiani brembani dediti nella citta' lagunare a lavori umili e faticosi.  Gli stessi Grataroli stabilitisi a Venezia avevano al loro seguito servitori Brembani ai quali affidavano anche la cura dei loro beni di Oneta.

Forse accadde che uno di tali servi, portato all'arte comica, abbia buffonescamente rappresentato sulla scena il ruolo da lui stesso ricoperto nella realta' quotidiana. Il ruolo iniziale si arricchi' di forme e contenuti, favorendo l'imporsi del personaggio Arlecchino, colorito di licenziosa e pungente comicita' che veniva apprezzata in quanto non oltraggiava l'orgoglio Veneziano, ma prendeva di mira il tipo del servitore Bergamasco, costretto ad agguzzare l'ingenio per questioni di soppravvivenza.  L'ipotesi non e' poi cosi' peregrina, se si pensa che nella seconda meta' del cinquecento fu proprio un Bergamasco, Alberto Ganassa che, dopo i brillanti esordi presso le corti dei Gonzaga ed egli Estensi, vesti' i panni di Arlecchino nientemeno che davanti ai Sovrani di Francia e di Spagna.




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Gruppo Folkloristico L’Arlechì e chi oter Zani so’ fradèi di San Giovanni Bianco - Comune di San Giovanni Bianco - Museo di Arlecchino a Oneta di San Giovanni Bianco