I boschi in Lombardia occupano una superficie di circa 600.000 ettari, circa un quarto
della superficie territoriale regionale, e sono dislocati soprattutto in montagna (450.000 ettari). Il 34% dei boschi sono di prorietà pubblica,
il resto (66%) di proprietà privata. L'indice di boscosità, il rapporto cioè tra superficie forestale e territoriale, è
del 40% in montagna, del 20% in collina e solo del 7% in pianura (dove il 70% è costituito da pioppeti).
Oltre il 50% della provincia Bergamasca è ricoperta da boschi più o meno continui. Se si escludono le aree di pianura e di collina e la fascia pedemontana più vicina alla città, la percentuale è senza dubbio maggiore. Di tutta la superficie forestale provinciale probabilmente solo il 20% è oggetto di produzione continuativa. Comunque vengano considerate dai geografi e dai geologi per gli studiosi della vegetazione (e in generale per gli ecologi del paesaggio) le montagne della Valle Brembana sono incluse nella fascia Prealpina.
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Tale fascia
è formata da montagne anche importanti (per altezza, ampiezza del
bacino sotteso ecc.) ma caratterizzate da litologia prevalentemente calcarea
e da una notevole apertura verso la Pianura Padana. Questa situazione caratterizza
in effetti le montagne bergamasche dalle “Grandi Alpi” che corrispondono
alla dorsale principale alpina, soprattutto per la vegetazione. Si alternano
infatti terreni più o meno aridi (ma con piogge molto frequenti
dovute alla vicinanza della pianura) con aree dove i substrati sono freschi
e profondi, con fitte foreste in cui la notevole umidità media favorisce
il manto arboreo. La particolarità delle alte Prealpi è infatti
in questa alternanza, che determina anche la formazione di isole calcaree
dove si sono localizzati preziosi endemismi vegetali e particolari ambienti
rupicoli. |
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Tuttavia le principali associazioni arboree nelle zone dove i suoli sono meno restrittivi, riprendono quelle della zona alpina vera e propria con l’eccezione di una maggiore presenza del bosco mesofilo di latifoglie (che gradualmente passa dall’associazione castagno, carpino nero, orniello, acero all’associazione faggio, acero, betulla delle quote maggiori (grazie alle temperature più favorevoli ed alla maggiore umidità) e con la presenza – nelle zone aride e luminose – del pino silvestre, analogamente ad altri che determina usi forestali particolari meno consueti nell’area alpina vera e propria (paleria minuta, raccolta di strame, scandole per tetti e doghe per botti, raccolta
di frutti).
LE FUNZIONI DELLA FORESTA NELLA VISIONE DELLO SVILUPPO EQUILIBRATO:
FUNZIONE ECOLOGICA, ECONOMICA, SOCIALE, PROTETTIVA
Oggi si assiste ad una rapida ed apparentemente inarrestabile contrazione dell’utilizzo dei boschi. Anche le foreste migliori - dove gli assortimenti forestali garantivano prodotti di notevole qualità tecnologica – sono state progressivamente abbandonate al proprio destino. La complessità geografica delle montagne, lo spopolamento delle aree rurali con conseguente ricerca di modi di vita meno onerosi ed anche l’allargamento dei mercati di prodotti di consumo hanno rapidamente reso antieconomica la gestione forestale tradizionale.
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Si è
verificato in Val Brembana lo stesso abbandono dei boschi di molte aree
prealpine ed appenniniche, a partire da quelli situati in condizioni di
precaria accessibilità per arrivare a quelli situati in posizioni
maggiormente favorevoli. Va tenuto conto che nell’economia agricola montana
le superfici forestali occupavano gli spazi dove erano impossibili altre
attività produttive. La cessazione della cura del bosco ha coinciso,
quindi, con una disgregazione del tessuto produttivo rurale. Nella situazione
geomorfologia della montagna alpina e prealpina l’interruzione dell’ordinaria
manutenzione del territorio ha significato l’aumento del rischio idrogeologico,
prima contenuto attraverso accurate sistemazioni agrarie ed idrauliche.
Sempre più, dunque, negli ultimi trent’anni; la manutenzione delle
aree boschive si è legata al contenimento del rischi di dissesto,
ovvero al rischio di eventi disastrosi interessanti soprattutto le aree
di media valle e fondovalle dove. |
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Contemporaneamente
una più matura coscienza ambientale, dovuta in gran parte alle precarie
condizioni di vita dei maggiori centri urbani e produttivi; ha conferito
un nuovo – ed oggi quasi prevalente- significato economico al bosco: esso
è diventato elemento di miglioramento della qualità dell’aria,
sostituto del verde pubblico sempre troppo carente, elemento architettonico.
Essendo però i benefici del bosco sulla collettività molto
ampi, sicuramente economici ma difficilmente monetizzabili; siamo privi
– a tutt’oggi – di una seria disponibilità (individuale e di massa)
a “spendere” per garantire la continuità di queste funzioni del
bosco. Ecco allora che la riscoperta del bosco come fonte di energia
pulita e come presidio del territorio, integrando alle funzioni difensive
quelle di fruizione ambientale e sportivo); può offrire una parziale
risposta als problema del COSTO DELLA FORESTA ed ai traumi del territorio
provocati dal suo degrado.
Un
ruolo fondamentale e privilegiato spetterà sempre più alle
aziende agricole di montagna. Esse sono ancora oggi un esempio di forte
integrazione e sostenibilità dei processi produttivi e la nuova
legislazione di settore (che ha il suo caposaldo nella cosiddetta “Legge
di Orientamento per l’Agricoltura”) amplierà ancora di più
il campo delle attività aziendali. Cura del bosco, attività
di fruizione turistica legate alla foresta ed alla montagna, produzione
di energia; diventeranno tutte funzioni dell’azienda agricola di montagna
che già adesso è il soggetto destinatario di molte forme
di sostegno pubblico. In questo senso è assai importante pensare
all’impresa forestale del futuro come impresa agricola-forestale, in grado
di godere delle agevolazioni fiscali e previdenziali tipiche del settore
agricolo. Oggi si ha invece una separazione abbastanza netta tra proprietà
fondiaria ed impresa forestale (per buona parte di tipo artigianale) con
un limitato grado di integrazione sul territorio.
Rispetto
al passato, infine, si intravedono nuove opportunità per l’uso del
legname: in particolare nelle sistemazioni idraulico-forestali e, più
in generale. Nei settori dell’ingegneria ambientale dove si applicano le
tecniche di bioingegneria.
Ormai molte
regioni italiano stanno orientando la propria normativa sui lavori pubblici
in zone montane o ad alta valenza ambientale, in favore delle tecniche
bioingegneristiche. Ciò incrementerà il mercato della paleria
(in particolare castagno e larice) su tutto il territorio nazionale con
importanti riflessi sull’utilizzazione degli assortimenti locali.
I PRINCIPI
DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE APPLICATO ALLA FORESTA:
EQUILIBRIO
TRA VISIONE PRODUTTIVISTA E VISIONE NATURALISTICA
Le
diverse definizioni di “sostenibilità ambientale”, “sviluppo sostenibile”
e simili evidenziano un problema di equilibrio tra priorità
conservazionista e priorità produttiva. Benché all’osservatore
frettoloso i boschi di montagna appaiano “campioni” di naturalità
, un esame più attenta rivela più o meno profondi interventi
dell’uomo nel corso dei decenni. Tanto più l‘intervento dell’uomo
è stato intenso tanto maggiore è la distanza tra l’equilibrio
potenziale naturale (corrispondente più o meno al concetto di climax)
e l’equilibrio artificiale raggiunto. Per comprendere quanto può
essere ampio questo intervallo basta pensare a certi boschi artificiali
(ad es di pino nero) usati per rimboschimento o ad impianti a ciclo breve
come il pioppeto.
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Oppure si
considerino certe splendide fustaie dove gli alberi sono più o meno
coetanei (mentre un bosco naturale presenta frequentemente tutte le classi
di età a causa della continuità della sua rinnovazione).
Tra gli estremi si ha una notevole gamma di situazioni, dipendenti dalle
caratteristiche gestionali del bosco e dal contesto socio-economico locale.
Qualunque sia il livello di artificialità di un bosco, questa può
essere mantenuta solo con una continuità di interventi umani. La
cessazione di questi determina una ripresa dei fattori naturali dell’evoluzione
vegetazionale. Il percorso di questa trasformazione può essere anche
molto lungo ed essere interrotto da fattori di degrado (incendi, malattie,
dissesti del suolo, interventi dell’uomo). Se queste interruzioni sono
ripetute si può avere l’innesco di un processo involutivo che incrementa
il rischio di dissesto del territorio. |
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La
necessità di garantire la conservazione di importanti ambiti forestali
anche in assenza di attività agro-forestali specifiche è
una problematica sempre più importante nelle aree ove vi siano aree
protette o zone di elevato interesse turistico. Intendendo allora lo sviluppo
sostenibile come la sintesi virtuosa di molteplici esigenze del territorio,
comprese quelle economiche e di sopravvivenza dignitosa delle comunità
locali; appare chiaro che il mantenimento di un’apprezzabile attività
produttiva in foresta appare un elemento indispensabile. In questo senso
appare importante il ruolo degli strumenti di pianificazione del territorio
(dai piani di area vasta – provinciali e regionali- ai piani urbanistici
comunali) che devono elaborare strategie precise anche per il territorio
non urbanizzato e a queste strategie far seguire le opportune politiche
di bilancio. E’ necessario inoltre incentivare la pianificazione specifica
delle aree boscate mediante i Piani di Assestamento.
Tali
strumenti, fin dalle tradizioni forestali del XIX secolo; mantengono un
equilibrio accettabile tra finalità produttive e conservative del
bosco. All’oggi solo una parte modesta del territorio forestale della Valle
Brembana risulta “assestato” e solo per proprietà pubbliche.
Le nuove tecnologie di lavoro in bosco permettono di limitare molto l’impatto
delle operazioni e comunque di perseguire un compromesso accettabile tra
le diverse esigenze. Il vero collo di bottiglia oggi sembra sempre essere
la dimensione operativa dei cantieri di lavoro, tali da garantire la sopravvivenza
di imprese specializzate le quali hanno ormai bisogno di ingenti investimenti
in termini di attrezzature e maestranze specializzate.
QUALI
POLITICHE DI SOSTEGNO REGIONALI E NAZIONALI?
I
principi ispiratori delle politiche di sviluppo sostenibile sono nati in
piena crisi energetica ed in un momento di intensa analisi sulle conseguenze
dei modelli di sviluppo fino ad allora praticati. Oggi, a distanza di trent’anni,
si può affermare che molto di ciò che è stato detto
e scritto non è servito a contenere l’abbandono della montagna se
non in modesta misura. È apparso subito chiaro che la complessa
gestione del rapporto costi\benefici di una foresta non riusciva ad essere
governata dalle amministrazioni locali. È per tale ragione che si
è cominciato a parlare di vere e proprie politiche di sostegno attuate
attraverso organismi sovraregionali e sopranazionali. Molto spesso, purtroppo,
l’individuazione e l’attuazione di politiche di sostegno da parte del legislatore
non ha avuto un seguito “di bilancio” e quindi scarsa rilevanza pratica.
Dalla metà degli anni ’80, tuttavia, un modificato scenario socio-economico
all’interno dell’Unione Europea, ha fatto si che venissero individuate
forme di “sostegno strutturale” ai contesti deboli degli stati membri.
Solo grazie al trasferimento dell’impegno finanziario su una scala più
ampia è stato possibile dare applicazione alle politiche che gradualmente
si stavano facendo strada. Ovviamente la creazione di incentivi economici
di vario genere ha lo scopo di rallentare l’uscita dalle attività
imprenditoriali legate alla montagna e di offrire un contributo “della
collettività” alle diseconomie che inevitabilmente si hanno nelle
attività agricole e forestali di montagna.
Questi contributi
sono mirati alla salvaguardia di imprese e professioni indispensabili per
il mantenimento del paesaggio rurale. Nel caso della Regione Lombardia,
le politiche di intervento sul settore forestale derivano da due linee
principali:
-
l’applicazione di politiche comunitarie dirette (attraverso il Piano Regionale
di Sviluppo Rurale) ed indirette (progetti LIFE ad es. nelle aree ad alta
valenza ambientale tipo Siti di Interesse Comunitario)
- la legislazione
regionale specifica (Lr 7\1977, Lr 7\2000, e la nuova legge sulla Tutela
del Bosco che di fatto abrogherà la 7|77).
Le
politiche comunitarie assegnano cospicui contributi alle zone rurali più
depresse con particolare riferimento a quelle montane. Tali contributi,
rivolti sia alle imprese operatrici che ai proprietari e conduttori di
boschi; sono però ancora insufficienti a modificare una situazione
che discende da mutate condizioni strutturali (sia economiche che sociali).
Inoltre talune provvidenze richiedono un elevato livello di progettazione
degli interventi. Spesso le amministrazioni locali (che sarebbero destinatarie
degli interventi di maggior rilievo) non possiedono una “banca progetti”
cui attingere rapidamente per far fronte alle necessità dei bandi.
In tal caso non si può che stimolare le amministrazioni ad investire
una piccola parte del proprio bilancio nel dotarsi di progetti per il proprio
territorio in modo da essere pronti a cogliere eventuali opportunità
di sostegno pubblica.
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E’ importante
tenere presente che la riforma della politica agricola europea prevista
per il periodo 2006-2013 potrà portare alcuni vantaggi proprio per
gli interventi strutturali in aree depresse, venendo ridotti gli interventi
di sostegno all’agricoltura industriale. Per quanto riguarda le politiche
locali si segnala la nuova legge regionale sulla tutela del bosco, licenziata
dal Consiglio Regionale della Lombardia in questi giorni: essa ammoderna
i principi base delle attività forestali ed apre la strada ad una
semplificazione burocratica di interventi sai produttivi che di protezione
ambientale riconoscendo per la prima volta la specificità della
filiera legno-energia. Anche gli interventi a favore delle comunità
forestali attraverso i consorzi, grazie alle provvidenze della LR 7\2000
sono un importante segno di attenzione che però dovrà trovare
riscontro in una crescita degli organismi consortili nelle vallate. Solo
in questo caso è possibile immaginare una continuità di azione
che può far prevedere la rinascita di un settore e non la sua più
o meno lento declino. |
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L’INNOVAZIONE
DELLA FILIERA ENERGETICA: PROMESSE E LIMITI
La
ricerca di fonti di energia globalmente meno onerose sia sul piano economico
e della dipendenza dall’esterno che dal punto di vista ambientale; è
approdata quasi in sordina alle biomasse, tra cui quelle forestali. In
effetti le biomasse forestali presentano, almeno ad un esame superficiale;
alcuni importanti vantaggi:
- bilancio
ambientale corretto: gli alberi crescono sottraendo all’ambiente anidride
carbonica. La combustione di legname si avvicina alla condizione ideale
di “zero emissioni”
- riduzione
della dipendenza extraterritoriale: la filiera energetica può svolgersi
interamente nelle aree in cui si trovano le risorse forestali
- possibilità
di introdurre “valori aggiunti” particolari: recupero di aree depresse,
opportunità occupazionali, miglioramento della qualità
paesistica
- possibilità
di utilizzare assortimenti di qualità modesta ove non sarebbero
sostenibili altre forme di utilizzo
- coerenza
con le linee di indirizzo sullo sviluppo sostenibile condivise dalle amministrazioni
centrali e locali
Per questo
negli ultimi anni si è registrato un forte entusiasmo per il recupero
forestale a fini energetici e si sono moltiplicate le applicazioni dimostrative
su piccola e media scala. Tuttavia esistono ancora diversi problemi da
risolvere per poter parlare di una decisiva ripresa del settore forestali.
Proviamo a riassumerli:
-
frammentazione fondiaria, difficoltà d gestione di aree sufficientemente
omogenee ed ampie
- competizione
di altre fonti energetiche (ad es. la rete gas ormai raggiunge molte valli
alpine)
- problematiche
legate al trasporto ed all’alta incidenza dei costi logistici
- difficoltà
di aggregazione tra proprietari, utilizzatori, imprese
Benché
la Lombardia sia una delle regioni italiane dove più vivaci sono
le azioni a favore del recupero delle attività forestali, i punti
di criticità sopra accennati valgono in particolare per l’area prealpina,
dove la proprietà provata è assolutamente prevalente e dove
sono limitate le possibilità di interazione dell’Ente Pubblico con
i proprietari.
Riguardo
le problematiche logistiche bisogna ricordare che determinano da sole.
Probabilmente il primo passo per una migliora gestione delle foreste
è l’incentivo alla costituzione di consorzi fortemente motivati
ad un’attività economica di utilizzazione del bosco e dei suoi prodotti.
Solo in questo modo è possibile creare superfici di dimensione sufficiente
a rendere sopportabili i costi generali. Inoltre la condivisione degli
obiettivi tra operatori pubblici e privati può consentire una migliore
partecipazione collettiva allo sviluppo della montagna e quindi maggiori
motivazioni per risiedere nelle aree montane. La diffusione della bioedilizia
e lo spostamento dell’edilizia residenziale verso molte zone collinari
incrementeranno sicuramente il ricorso a materiali da costruzione più
naturali e forme di gestione energetica maggiormente sostenibili ma gli
sviluppi di ciò sono ancora poco prevedibili nelle quantità.
Attualmente,
infatti, sono da risolvere i problemi legati al maggior costo dell’uso
di materiali o fonti energetiche naturali nonché alla necessità
di attenzioni progettuali particolari. Sembra quindi al momento difficile
pensare ad un sicuro orientamento del pubblico verso queste tecnologie
senza un incentivo economico supplementare, come avviene – ad esempio-
in Veneto.
Bisogna inoltre
tenere presente che gli agglomerati urbani, qualunque sia la dimensione;
sono spesso assolutamente rigidi dal punto di vista delle infrastrutture
e dei servizi a rete e quindi non facilmente trasformabili secondo modalità
sostenibili. Nel medio periodo, dunque, la possibilità di sviluppare
la filiera legno-energia sarà legata soprattutto a piccoli e medi
comprensori situati in zone ad elevata naturalità e dove il tessuto
insediativi non abbia ancora assunto caratteristiche spiccatamente urbane.
A ben vedere tuttavia, questa apparente limitazione può tradursi
in un’eccellente opportunità per tutte le zone di montagna, magari
ad elevato valore turistico, dove l’accentuazione dei caratteri di
salubrità ambientale e di qualità della vita possono essere
determinanti per la loro immagine.
Lenna (BG)
28-10-04 - Aule sulla Montagna - Progetto di Educazione ambientale
Relatore Dott.
Fabio Palazzo Dip.to POLIS \Unige – Ottobre 2004.
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