Valle Brembana
di Sergio Tiraboschi

Alle selve, ai dirupi e ai fiori in grembo Siede Clanezzo e le sue falde bagna 
La rapid’onda dell’altero Brembo Ove al Brembo si mesce il fiume Imagna 
Ardita strada sull’estremo lembo Conduce della fertile campagna, 
Donde se nol contende avverso nembo L’opposta sponda un barcaiol guadagna. 
Questo è d’Armida l’incantato cielo Quivi della Natura ha stanza il bello. 
Quivi eterna la rosa in sullo stelo. Della rocca d’Atlante ecco il modello, 
Non già ravvolto in favoloso velo, Del signor di Clenezzo ecco il Castello.

E nel quarto verso della seconda quartina del sonetto - due quartine e due terzine invero non eccelsamente poetiche ma che ben esprimono i sentimenti dell’autore, lasciate nel Libro dei visitatori (di cui si è a conoscenza ma se ne è persa traccia) del Castello da tal Giuseppe Gandoglia, bresciano, di certo profondamente affascinato dalla bellezza dei luoghi - sta concettualmente l’argomento delle presenti note: una attività “carontica” sul Brembo, dove il fiume lambisce in destra orografica della valle le pendici più basse del pendio sottostante il pianoro su quale sorge il borgo di Clanezzo. Portiamoci dunque a Clanezzo, l’altro “polo” - quello di valle - del comune di Ubiale Clanezzo. Terra di confine Clanezzo: con la Valle Imagna al di là del torrente omonimo, in destra della vallata ed i termini in questo caso erano ben segnati dal corso d’acqua mentre in sinistra erano definiti non sempre chiaramente sul pendio della montagna;con gli Almenni che a loro volta erano terra di confine(Lemine l’antico nome, toponomastica derivata dal latino “ad limina” a ricordo dell’occupazione romana di quelle terre) ma qui il confine era nettissimo, il sopracitato Torrente Imagna; e di fronte, sulla riva opposta del Fiume Brembo sta l’ingresso alla Valle Brembana.
Il tutto per chiarire -se si è riusciti nell’intento - la situazione geografica di Clanezzo, una situazione altamente strategica date le articolazioni amministrative del secondo millennio del territorio bergamasco purtroppo sottoposto al dominio forestiero anche a quei tempi, che giustificò ad esempio la presenza di un fortilizio o struttura di avvistamento - della quale restano evidenti resti - sulla vetta del Monte Ubione che sovrasta l’abitato ed è osservatorio ottimale a trecentosessanta gradi sulla pianura e sulle valli, e di un castello sui bordi del pianoro che si affaccia sul mondo esterno dal quale è distinto fisicamente da una forra - un fossato naturale - profonda una cinquantina di metri e larga altrettanto. Terra squisitamente di confine dunque, da difendere e difesa nei secoli, ed i Clanezzesi sono sempre stati gente di frontiera, e lo sono tuttora e sempre pronti ad affermare a denti stretti la loro identità dando parecchio filo da torcere a Ubiale sede del comune, come peraltro è avvenuto in tempi recenti con un tentativo di distacco dal comune ubialese per confluire nel territorio di Almenno San Salvatore, e si arrivò ad un referendum che fallì per un solo voto.

Ma è storia di tutte le terre di confine, motivata dal fatto che chi sta sulla linea di frontiera può sfruttare vantaggi dall’una e dall’altra parte della medesima passando quando fa comodo dall’una all’altra. Torniamo ora daccapo, per chiarire meglio il tutto: al discorso geografico, ma che è anche storico perché storia e geografia si intrecciano o avviluppano inevitabilmente, rifacendoci agli studi di Umberto Gamba autore di una dotta ricerca tradotta in un volume ricco di notizie sulla storia della comunità ubialeclanezzese. Sul ridente e solatio pianoro posto ai piedi delle pendici del Monte Ubione certamente hanno messo gli occhi anche i Romani ai tempi del loro dominio sull’Alta Italia e l’Europa, come testimoniano tracce vistose di una presenza romana a Clanezzo. Ma è di tempi ben più remoti la presenza dell’uomo su questa terra, che ritrovamenti del recente passato ne hanno fatto un “giacimento” preistorico ed antropologico di enorme interesse per gli studiosi della materia. Una presenza, peraltro, che si evolve e si intensifica, e si arriva ai primi secoli del secondo millennio con la nascita, appunto, del borgo con la chiesa di San Gottardo e del Castello che a partire dal 1500, con i passaggi di proprietà, anche in forza delle diversità funzionali - da fortilizio a edificio residenziale o “villone” di campagna con eminenti frequentazioni - si modifica ed amplia nella struttura fino ad assumere il raffinato disegno architettonico e le funzioni dei nostri tempi che ne fanno un elegantissimo, discreto ed accogliente hotel ricercato da coloro che amano la tranquillità ed il verde.
Ma parecchio resta ancora del tempo che fu, in alcune parti del castello, in alcune strutture collaterali: i chioschetti che dovettero esser torrette di guardia collocate nei sentieri che salgono dal basso, che, si racconta, fossero diventati covi di serpi utilizzate contro i nemici(e dentro uno è si conservano armi bianche medievali); certi passaggi scavati nel pendio sottostante l’abitato, “che molto probabilmente e a detta degli studiosi - afferma il sindaco Renato Pesenti - erano dei collegamenti con i sotterranei del castello più antico. Ora gli ingressi sono murati per impedire frequentazioni sgradevoli e sgradite, ma un giorno si dovrà pure studiare a fondo anche questa situazione”; il “porto”. Ed a questo punto entriamo nel vivo del tema che si vuole qui affrontare, decisamente una “singolarità” per la Valle Brembana. Si è detto che Clanezzo era terra di confine, proprio da estrema frontiera ben evidenziata sul versante di valle: verso gli Almenno dal Torrente Imagna; sul versante di fronte dove stava il “Casino” (c’è tuttora, la costruzione risalente al 1500 con funzione di “stal” o”stalù” perciò luogo di sosta dei carriaggi commerciali che percorrevano la strada di Valle Brembana,è stata recentemente restaurata con esito felicissimo ed ospita attualmente un laboratorio di raffinata falegnameria). Ma c’è sempre momento di collegamento anche tra gli stati che potrebbero essere tra loro belligeranti. Ed ecco il possente millenario “Ponte di Attone” fatto costruire dal tale Attone a quei tempi proprietario di quelle terre, che da Almenno scende verso il fondo dell’Imagna andandosi ad attestare davanti ad una robusta torre quadrata detto “la dogana” che era contestualmente posto di controllo dei transiti tra le due sponde terminali della Valle Imagna e sede della “gabella” che imponeva dazi ai commerci che utilizzavano tale via di comunicazione. Ed ecco il “porto” al quale attraccava il traghetto che faceva la spola tra le due rive del Fiume Brembo trasportando merci e persone. Era un collegamento importante perché in riva sinistra del fiume scorreva la strada di collegamento della Valle Brembana con Bergamo, ed allora ed ancora per alcuni secoli non ci sarebbe stato il collegamento viario diretto completato soltanto pochi anni fa, in sponda destra del fiume, tra Ubiale, Bondo e Clanezzo. Peraltro il “Casino” era allora magazzino di sosta delle merci provenienti da Clanezzo o dirette a Clanezzo. La dogana aveva proprio personale di scolta e di gabellieri, il porto aveva il suo addetto chiamato “portolano”.

Dell’esistenza del “porto” - forse un po’ pomposa la definizione della struttura - si ha certezza documentale già dal 1614. Il “portolano” operava in un edificio tuttora esistente e tutto sommato ancora in buone condizioni pur se necessitante di restauro-che nei secoli ospitò pure un’osteria con alloggio-che venne chiusa nel 1829 perché non era proprio “tranquilla”(e come lo sarebbe potuta essere un’osteria di frontiera?)-e più tardi l’ufficio postale ed abitazioni abbandonate in tempi molto recenti dall’ultima abitante. Il tutto - Ponte Attone, Dogana, antica osteria-costituisce un piccolo ammaliante borgo mediaevale sotto il quale scorre un garrulo torrente che va a morire nell’Imagna - tuttora ammirabile e forse prossimo ad un recupero(si sta già lavorando al Ponte Attone). Vi si arriva dall’ampia mulattiera selciata che si diparte di fronte al Castello (seguire la freccia gialla turistica “Al Porto”), oppure percorrendo il Ponte Attone, o dal Casino, passando sul “put che bala”, il “ponte che balla”, uno dei primissimi realizzati con la tecnica delle funi portanti ancorate sulle due rive, nel 1800 in Italia. Ma non facciamo confusioni. Torniamo al traghetto. Il servizio su barca - e chi mai avrebbe pensato ad un traghetto sul Brembo ai quei tempi? Ne sarebbe arrivato un secondo a San Pellegrino Terme nei tempi della “belle époque” della stazione termale brembana ma soltanto quattro secoli abbondanti dopo, e durò pochi anni) - continuò fin quasi alla fine del 1800 quando le storie del traghetto e del “put che bala” si intrecciano. Scrive Umberto Gamba nella sua storia di Clanezzo che nel 1875 fu rinnovata la concessione di attraversamento del fiume con battello.

Lo storico precisa però che nel 1978 tale Vincenzo Beltrami (la Famiglia Beltrami trova ampio spazio nella storia clanezzese) progettò e costruì il ponte sorretto dalle funi, opera di arditissima ingegneria per quei tempi. Traghetto e ponte entrarono dunque in un conflitto che si risolse a favore del ponte, forse perché era evidente la maggior funzionalità e la maggior convenienza finanziaria (pur se si doveva pagare un tributo per passarvi sopra) di tale struttura nel confronto col traghetto che magari cominciava già a lamentare qualche problema di funzionamento per le mutate condizioni del Brembo (meno acqua e perciò difficoltà di navigazione, forse). Fatto sta che il traghetto viene abbandonato e non si sa quando esattamente cessò il suo andirivieni tra le due rive del Brembo, e si fa uso del ponte che qualche problema ha per la manutenzione che il privato proprietario ha difficoltà a risolvere, con disagi conseguenti ai cittadini, per cui nel 1913 il Comune decide di entrare in possesso della struttura accollandosi le spese per i futuri consolidamenti. Siamo ormai alle soglie del ‘900 e da Bergamo è già arrivata la ferrovia che ha trovato ad accoglierla la mulattiera che sale dal ponte fino ai binari, per cui si costruisce la stazione di Botta e Campana. E del traghetto non si ricorda più nessuno. Clanezzo però è ancora completamente isolata: non c’è strada verso monte, ci sono soltanto le due mulattiere delle quali si è parlato. La situazione si sblocca nel 1925 quando la società che ha in proprietà il Castello ed il Monte Ubione decide la costruzione del ponte ad arco,elegantissimo, sull’Imagna collegando direttamente in quota i due pianori che si fronteggiano sul torrente. Il manufatto(si precisa che fu il primo ponte in cemento armato costruito in Italia) è di proprietà privata ma lasciato in uso pubblico. Poi anche per questo manufatto avverrà quanto avvenuto per il “put che bala”.

E’ storia del recentissimo passato. Ci sono problemi di staticità del manufatto, la proprietà non ritiene di dover intervenire, il Comune ne chiede l’acquisizione che avviene a costo zero per l’ente locale che recupera la struttura facendo riferimento a finanziamenti regionali, provinciali, della Comunità montana di Valle Brembana (con piccolo obolo della Comunità montana di Valle Imagna) e dei due comuni di Ubiale Clanezzo e Almenno San Salvatore. L’intervento di recupero riesce felicemente ed il ponte entra nella mappa della viabilità provinciale. Conclusione. Il “Ponte che balla” è ben tenuto e funzionale, il Ponte Attone è in via di recupero. Parrebbe a questo punto conseguente il recupero del borgo del Porto. “Noi abbiamo un progetto già pronto comprendente il restauro degli edifici e di quanto connesso a questa piccola significativa realtà urbanistica e storica - osserva il sindaco Renato Pesenti - e ci siamo attivati per l’acquisizione di finanziamenti. Speriamo che i nostri desiderata trovino accoglimento”. Il comune è impegnato, dovrebbero aderire all’impegno dell’ente locale gli enti superiori, certamente in prima battuta la Comunità montana di Valle Brembana e la Provincia che peraltro hanno già dato concrete attestazioni di interesse. Perché se è vero, come è vero, che il turismo ha tra i suoi migliori fattori promozionali la storia e l’ambiente, ecco, il Porto di Clanezzo è un “momento” promozionale di turismo di rara forza, un qualcosa che non si deve, che non deve assolutamente essere cancellato, bensì ripreso vigorosamente per l’arricchimento del patrimonio storico, ambientale e culturale della Valle del Brembo e della Provincia di Bergamo.

Tratto da "Quaderni Brembani 4" del Centro Culturale della Valle Brembana
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