Valle Brembana

65.mo Anniversario della strage di Cantiglio


Mercoledì 3 Dicembre 2008 - ore 20.30 Teatro dell’Oratorio di San Giovanni Bianco
Concerto del Coro Pane e Guerra - 1943-1945 Canti di Resistenza
Canzoni della lotta di Liberazione bergamasca e lombarda - Saluto del Presidente Provinciale ANPI Ing. SALVO PARIGI
INGRESSO GRATUITO.

Giovedì 4 Dicembre Scuole Medie di San Giovanni Bianco
Ore 8,15 Incontro dell’ANPI con gli Studenti delle Terze Medie.
Ore 10,30 Deposizione Corona nella Piazza Martiri di Cartiglio da parte degli Studenti.

Domenica 7 Dicembre CANTIGLIO - Monte Cancervo
Ore 11.00 Messa celebrata da don Luigi Manenti
Ore 11,45 Commemorazione a cura di Amelio Sonzogni (ANPI Valle Brembana).
Ore 12,15 Pranzo. Il Rifugio Danelli assicura polenta e vino; il resto, al sacco.




I martiri di Cantiglio

Era andato a dormire presto quella sera, la giornata era stata assai faticosa e dopo cena si era appisolato sul vecchio divano, finché la madre lo aveva scosso convincendolo a mettersi a letto. Doveva essersi addormentato da poco, quando fu svegliato da un lungo scampanellio seguito da una serie di forti colpi alla porta. Chi poteva essere a quell’ora? Forse qualcuno dei suoi parrocchiani si era sentito male e necessitava la sua presenza per i conforti religiosi. Per la verità, aveva fatto visita agli ammalati quella stessa mattina e li aveva trovati tutti in discrete condizioni. Però poteva essere accaduta qualche disgrazia. Questi interrogativi attraversavano la mente di don Ugo, parroco della Pianca, mentre indossava in fretta la tonaca, apprestandosi a scendere da basso per aprire a quell’inatteso visitatore. Un’altra scampanellata, lunga e ripetuta, lo indusse ad affrettare la lenta operazione di allacciare le decine di bottoni della veste talare. Nello stesso tempo dal porticato gli giunse l’inconfondibile suono di un gran numero di scarponi chiodati sbattuti sul vecchio pavimento di mattoni per liberarli dalla neve.

I martiri di Cantiglio I fascisti – pensò allora il giovane prete – che cosa vogliono da me a quest’ora?. Per la verità, non era la prima volta che riceveva la visita delle camicie nere che salivano fin lassù da San Giovanni Bianco per controllare l’eventuale presenza di renitenti o ex prigionieri. Senza contare che lui stesso era ritenuto un sovversivo, per aver manifestato più volte in pubblico, durante i mesi precedenti, sia prima che dopo l’8 settembre, la sua avversione al fascismo. Gli era addirittura giunto all’orecchio che il commissario prefettizio aveva formulato a suo carico un rapporto, indirizzato al comando di Bergamo, nel quale veniva descritto come amico dei sovversivi, ai quali non avrebbe esitato a prestare aiuto in barba ai ripetuti divieti dell’autorità. I controlli dei repubblichini si erano fatti assillanti nell’ultimo mese, da quando anche in Valle Brembana si era avuto sentore della costituzione di piccoli nuclei di sbandati che si nascondevano nelle baite di montagna. Il pensiero di don Ugo corse subito a quei ragazzi che si erano rifugiati a Cantiglio, in gruppo di baite poste sul versante occidentale del Cancervo, in direzione della Val Taleggio, a poco più di un’ora di cammino dalla Pianca. Gliene aveva parlato un suo parrocchiano, che era tornato da poco da quella località, dove aveva trascorso come al solito l’estate e gran parte dell’autunno custodendo la sua piccola mandria, finché con la prima neve si era deciso a rientrare in paese.

Don Ugo ne conosceva qualcuno, tra quelli di San Giovanni e dei paesi vicini. Non c’era nessuno della Pianca tra di loro, ma c’erano stati diversi contatti col paese nelle settimane precedenti, quando un paio di quei giovani, a turno, erano venuti più volte a cercare qualcosa da mangiare. Si trattava di ex prigionieri di varie nazionalità, quasi tutti fuggiti dal campo di concentramento della Grumellina, presso Bergamo, dopo l’armistizio dell’8 settembre. In seguito, avevano raggiunto Cantiglio una ventina di militari italiani, tra cui diversi della Valle Brembana, che dopo l’armistizio avevano scelto la strada della resistenza attiva, dandosi alla macchia. La banda, a quanto gli avevano riferito, era comandata da un ex maggiore pugliese, militante di Giustizia e Libertà, antifascista da sempre, che si faceva chiamare Enzo.

Altro uomo di spicco della formazione era l’ebreo genovese Giorgio Issel, lui pure un ex ufficiale. Era stato proprio Issel, all’indomani di un rastrellamento che aveva disperso un primo nucleo di resistenza costituitosi tra la Val Taleggio e la Valsassina, a scegliere Cantiglio, incoraggiato in questo dalla vicinanza e dall’aiuto dei parenti che aveva in Valle Brembana, i Cima, imprenditori cartai di San Giovanni Bianco. Ma c’era dell’altro: una mattina gli erano capitati per casa due soldati inglesi, anch’essi fuggiti dalla Grumellina, inviati lassù dal Comitato antifascista bergamasco. Don Ugo li aveva accolti e affidati a una famiglia del luogo che li teneva nascosti con la solidarietà di tutto il paese. Forse qualcuno aveva fatto la spia e i fascisti erano arrivati a colpo sicuro, cercando proprio gli inglesi. I suoi parrocchiani erano fidati, ma qualcuno poteva sempre essersi lasciata sfuggire una parola di troppo e con tutte le spie che circolavano in quel periodo non era poi così improbabile che fosse trapelato qualcosa. Se le cose stavano davvero così, molti del paese, e lui stesso, correvano il rischio di essere arrestati e spediti all’istante in Germania.

In preda a questi angosciosi interrogativi, il parroco corse giù per le scale e si affacciò alla porta della canonica. “Riverisco, signor parroco” fece il capitano repubblichino mettendosi sull’attenti e salutando militarmente, imitato dall’ufficiale tedesco che gli stava a fianco. “Che cosa volete a quest’ora?” si informò don Ugo che aveva riconosciuto nell’ufficiale italiano il comandante del presidio repubblichino di San Giovanni Bianco. “Ci faccia entrare un momento” gli rispose il capitano e così dicendo si introdusse nella piccola anticamera, seguito dal tedesco e da altri militari, un paio dei quali, imbracciando il fucile, si misero a fianco dei due ufficiali, mentre gli altri presero a rovistare, prima in cucina, poi nella sala da pranzo e nello studio, aprendo i cassetti degli armadi e sfogliando freneticamente le carte che venivano sparpagliate alla rinfusa sui tavoli. Proprio in quel momento si affacciò in cima alle scale del primo piano l’anziana madre del parroco.

“Cosa c’è, don Ugo?” si informò con un filo di voce.
I militi puntarono l’arma contro la donna la quale si accasciò sui gradini, mormorando un’invocazione. “Niente, mamma – cercò di tranquillizzarla il sacerdote – è una delle solite visite di controllo della guardia repubblicana”. Ma la madre, per niente convinta da quelle parole, pronunciate in fretta e con un tono ansioso e preoccupato, rimase in quella posizione, priva di forze, lamentandosi e tenendosi il petto, come colta da un malore. Incuranti delle condizioni della donna, alcuni soldati salirono le scale e si diedero a scorrazzare per le stanze del piano di sopra, nell’evidente ricerca di qualcuno che poteva esservi nascosto. Ricomparvero poco dopo in cima alle scale tenendo sotto tiro un giovane in pigiama, tutto tremante. “È mio fratello – si affrettò a spiegare don Ugo prevenendo la domanda del capitano – mio fratello Michele, Michele Gerosa, è un seminarista, potete controllare i suoi documenti”. Così dicendo si avviò verso lo studio seguito dal capitano e, dopo aver alquanto rovistato tra i cassetti e le carte sparse sulla scrivania, trovò i documenti che comprovavano lo stato clericale del giovane e la sua esenzione dagli obblighi militari.

A questo punto, ormai certi che nella canonica non si nascondeva nessuno, i fascisti permisero alla donna di mettersi a letto e al seminarista di assisterla, invece don Ugo fu costretto a fare strada alle guardie, prima in sagrestia e poi in chiesa e nella cella del campanile, dove potevano essere nascosti degli sbandati. Dopo una mezzora di perquisizioni senza esito, il capitano si rivolse al parroco in tono perentorio, rivelandogli il vero scopo della visita. “Adesso lei ci guiderà fino a Cantiglio, la conosce la strada vero?”. “Lei sa chi c’è a Cantiglio?” aggiunse l’ufficiale tedesco che durante tutta la fase delle perquisizioni non aveva pronunciato una parola. Cantiglio, proprio dove si nascondevano i partigiani! Ecco il vero obiettivo dei nazifascisti, un rastrellamento, qualcosa di simile a quanto già successo nei giorni precedenti in altre località della Bergamasca, spedizioni efferate, culminate con la cattura e l’uccisione di quelli che venivano chiamati “banditi”. E lui, il parroco sospettato di antifascismo, doveva adesso guidare i rastrellatori alla caccia di giovani il cui unico torto era di credere nella libertà. “Io non so proprio niente – rispose don Ugo dopo un attimo di esitazione – non sono pratico di questi posti, sono qui solo da pochi mesi e non ho mai avuto l’occasione di andare a Cantiglio”.

“Nessun problema – lo interruppe il capitano – vada a svegliare qualcuno che ci possa accompagnare”.
“Comunque lei viene con noi” aggiunse il tedesco nel suo stentato italiano. Seguito da due guardie armate, il parroco uscì dalla canonica e si avviò verso la prima casa del paese, distante un centinaio di metri, dove abitava il sagrista che aveva un figlio non ancora diciottenne. Sotto il portico della chiesa dovette passare tra due ali silenziose di soldati, forse una cinquantina, italiani e tedeschi, armati di moschetto, i primi, e di fucile mitragliatore, i secondi. Notò anche una coppia di militi che reggevano una mitraglia e, un po’ in disparte, un paio di cani poliziotto al guinzaglio di istruttori tedeschi. Tale spiegamento di forze non lasciava alcun dubbio sull’importanza che i nazifascisti attribuivano all’operazione e sulla loro intenzione di risolvere radicalmente il problema della presenza su quelle montagne della neonata banda clandestina. Con l’animo in tumulto per la gravità dl pericolo che correvano quei giovani, il sacerdote raggiunse in fretta la casa del sagrista e bussò più volte all’uscio, finché si affacciò alla finestra del primo piano una donna.

“Maria, vai a svegliare il Giannino e digli che mi deve accompagnare fino a Cantiglio”.
“Madóna mé – fece la donna alla vista delle guardie – cosè gh’él amò de nöf?”. “Negót, negót – cercò di tranquillizzarla il parroco, di fronte alla comprensibile ansia della donna che aveva già un figlio soldato in Grecia, del quale non aveva avuto più notizie dopo l’8 settembre e che poteva essere stato ucciso o deportato in qualche campo di concentramento tedesco. Così inventò sui due piedi una spiegazione plausibile: “È solo un servizio di controllo, questi soldati non conoscono la strada di Cantiglio e hanno bisogno di una guida, ma non c’è da avere paura, vado anch’io con loro”. La donna chiuse la finestra piangendo e invocando sommessamente la Madonna. Poco dopo apparve sull’uscio il Giannino, non ancora del tutto vestito. “Vai a chiamare tuo cugino Guido, perché forse è meglio che veniate in due” lo consigliò don Ugo mettendogli una mano sulle spalle.

Dovettero ben spaventarsi i due ragazzotti quando, arrivati davanti alla chiesa, si avvidero della presenza della lunga colonna di soldati, armati di tutto punto e pronti a partire. La colonna si mise in marcia in perfetto ordine: davanti i due ragazzi, poi un paio di guardie, quindi don Ugo e i due ufficiali, infine tutto il plotone. Nessuno parlava. In un attimo furono fuori dal paese, la stretta mulattiera tracciata nel bosco spoglio a mezza costa era coperta da uno spesso strato di neve soffice che attutiva il rumore degli scarponi chiodati dei soldati. Il buio era rotto solo dalle poche lanterne distribuite nella colonna che diffondevano una tenue luce giallastra, ma anche queste furono subito spente per ordine del comandante e così si dovette procedere quasi a tentoni, con la strada rischiarata solo dal bianco della neve. Era nevicato tutta la giornata, ma adesso aveva smesso e il paesaggio aveva assunto una fisionomia fantastica, quasi irreale che se non fosse stato per la presenza minacciosa dei soldati si sarebbe potuta definire l’immagine dell’assoluta tranquillità.

Dopo un quarto d’ora passarono davanti alla tribulina della Madonna della Pietà, meta abituale dei parrocchiani della Pianca che vi si recano a piccoli gruppi o in processione per pregare la Vergine raffigurata nel quadro, copia recente e non proprio di qualità di quello conservato nella parrocchiale e venerato da secoli. Don Ugo mormorò un’Ave Maria e invocò mentalmente protezione per quei disgraziati di Cantiglio, probabilmente ignari dell’imminente attacco, e per i suoi parrocchiani, che rischiavano rappresaglie per gli aiuti prestati ai partigiani. Brava gente i Pianchesi, anche se da prendere per il verso giusto: era arrivato in quella piccola contrada, raggiungibile da San Giovanni Bianco dopo un’ora di cammino per una ripida mulattiera, nella primavera precedente e aveva trovato il paese in ansiosa attesa di un cambiamento. I rapporti con il vecchio parroco, don Severino, che stava lì da venticinque anni, si erano guastati, al punto che parecchi preferivano scendere a messa a San Giovanni piuttosto che stare a sentire le domenicali farneticazioni di quell’anziano sacerdote in preda ai malanni dell’età. Di questi contrasti si era cominciato a parlare anche fuori valle, così il vescovo aveva convinto don Severino a mettersi in pensione e aveva mandato lassù don Ugo, giovane e fresco di sacerdozio.

Certo, il primo impatto non era stato dei più felici: poco più di un centinaio di anime, una mentalità montanara, chiusa e povera culturalmente, però la fede, semplice e viva, e l’attaccamento alla bella chiesa e al sacerdote si erano imposti in fretta come terreno fertile. Ed era stato subito rispetto e stima reciproca e in breve il nuovo parroco aveva imparato a conoscere e apprezzare il lavoro, la fatica, la povertà e la schiettezza di quella gente, in continua lotta per guadagnarsi il pane quotidiano. E adesso anche alle prese con la guerra: chi piangeva i caduti e i dispersi sul fronte russo, chi non aveva più notizie da mesi dei soldati sorpresi al fronte dall’armistizio, e poi c’erano i renitenti, quelli che erano tornati a casa e si erano subito sottratti all’inquadramento fascista. Gente di cuore, che non aveva esitato ad accogliere e nascondere i due ex prigionieri inglesi, in barba alle minacce del governo repubblichino e che da qualche settimana si era trovata nella necessità di prestare aiuto a quella banda di ribelli che si erano stabiliti nelle baite tra Cantiglio e il Cancervo e che erano costretti a mandare periodicamente alla Pianca qualcuno in cerca di rifornimenti.

Proprio questi ribelli correvano adesso un grave pericolo. Chissà se avevano predisposto un servizio di vigilanza o se invece si consideravano al sicuro, ritenendo che la loro presenza in quella zona non fosse stata ancora scoperta e che comunque nessuno si sarebbe messo alla loro caccia in condizioni di tempo così inclementi. In questo caso non avevano fatto i conti con la determinazione dei nazifascisti che nei giorni precedenti avevano dato prova di efficienza e tempestività nel dar corso a una serie di rastrellamenti in diverse località bergamasche. Così andava riflettendo don Ugo, arrovellandosi su come avrebbe potuto fare qualche segnale per mettere sull’avviso quelli di Cantiglio dell’imminente attacco. Ma il buio era pressoché totale, per cui, salvo un caso fortuito, sarebbe stato difficile notare la presenza dei soldati in avvicinamento.

La colonna, marciando spedita e sempre in assoluto silenzio, aveva intanto raggiunto il costone della Costa Cantólt, l’unico luogo da cui, in condizioni normali si sarebbero potute scorgere le baite di Cantiglio e, per contro, una sentinella piazzata lassù e debitamente allertata, avrebbe potuto avvistare, con l’ausilio di un binocolo, gli assalitori, per quanto ancora distanti. Questo era il momento opportuno per cercare di farsi notare: o adesso o mai più, perché da qui in avanti la strada non sarebbe più stata in vista. Il sacerdote prese allora una sigaretta dal pacchetto sgualcito che teneva in tasca da una settimana e la infilò in bocca, poi accese un fiammifero e l’accostò alla sigaretta, lasciandolo però bruciare completamente senza aspirare. Quindi estrasse dalla scatoletta un altro fiammifero e ripeté la manovra, sperando in tal modo che la pur tenue fiammella potesse essere notata da Cantiglio. Il richiamo secco e perentorio dell’ufficiale tedesco bloccò ogni ulteriore tentativo e don Ugo, deluso, buttò la sigaretta che non si era nemmeno accesa. Ma il tedesco non si accontentò del richiamo, impartì un ordine a un subalterno che si diede a rovistare nello zaino, ne trasse una corda, si avvicinò al sacerdote e gliela legò attorno alla vita, tenendone stretto un capo in pugno. “Temono che scappi – brontolò a mezza voce don Ugo – certo, se lo facessi, non mi sparerebbero, perché così metterebbero in allerta i partigiani. Comunque mi potrebbero fermare in tanti altri modi e in ogni caso adesso non posso più tentare nessuna fuga”.

Proseguirono lungo la strada, fattasi più stretta e sconnessa, in ripida discesa verso la valle.
Ogni tanto qualche soldato scivolava per via della neve e cadeva per terra soffocando un’imprecazione. Anche i due ragazzi, che calzavano zoccoli di legno, riuscivano a stento a stare in equilibrio, mentre per il sacerdote, impacciato dalla tonaca, era una continua scivolata, accompagnata ogni volta da uno strattone della corda attorno ai fianchi. In fondo alla discesa dovettero attraversare il torrente gelato della Val Piöda, operazione che risultò piuttosto difficile perché il ghiaccio determinò una serie di cadute e così i militi dovettero aiutarsi l’un l’altro, prendendosi per mano e cercando di mantenersi in equilibrio sulla lastra ghiacciata, resa più viscida dalla neve fresca che la ricopriva. Percorso un altro tratto di strada in falsopiano, il plotone arrivò nei pressi della fontana della Val di Böder. Qui i due ragazzi si fermarono: davanti a loro, nel buio si delinearono le figure cupe di altri soldati, fascisti e tedeschi, tutti immobili e in perfetto silenzio. Quello che doveva essere il comandante della squadra italiana si staccò dal gruppo e si mise sull’attenti davanti al capitano, salutandolo militarmente, quindi gli riferì come il suo reparto, secondo quanto stabilito, era arrivato con i camion fino alla centrale situata in basso, al centro dell’orrido della Val Taleggio. Quindi, preso come guida il custode dell’impianto, il plotone si era messo in marcia lungo l’erto e quasi impraticabile sentiero che si inerpica tra le pareti strapiombanti dell’orrido. “Una faticata bestiale, un continuo scivolare – commentò il subalterno – un passo avanti e due indietro, a un certo punto temevamo che non ce l’avremmo fatta ad arrivare in orario all’appuntamento”.

“E la guida? – si informò il comandante – Pensi che sia in contatto con i ribelli?”.
“Si chiama Dogadi Giovanni, è il custode della centrale” spiegò il sottoposto indicando un giovanotto in borghese, alquanto malconcio, controllato da un paio di militi. “Vi ha dato fastidio? Ha tentato di scappare?”. “Per niente, solo che non riusciva a stare in piedi, così l’ho dovuto svegliare un po’ con il calcio del fucile…”. Mentre i due parlavano, il Dogadi si era avvicinato a don Ugo: “Riverisco, signor parroco, lei non mi conosce, ma io l’ho già vista quest’estate, quando sono venuto a messa alla Pianca, per la festa della Madonna di luglio”. Poi, sottovoce si informò: “Le hanno fatto del male? Lo sa che sono diretti a Cantiglio? Chissà come andrà a finire!”. “A noi non hanno fatto niente – rispose il sacerdote – ma ho paura che qui si mette male, per noi e per quelli lassù. Speriamo bene”. Poi, notando che l’altro era a piedi nudi e, malgrado lo sforzo per la salita sembrava intirizzito dal freddo, soggiunse: “Ma tu sembri conciato piuttosto male, come mai sei senza scarpe?”.

L’operaio, approfittando del fatto che il comandante tedesco e quello italiano si erano messi a discutere, attorniati da un gruppo di subalterni, con l’evidente intenzione di definire i dettagli dell’attacco, raccontò brevemente come i nazifascisti, armati, avevano scavalcato il cancello della centrale e gli avevano intimato di guidarli verso Cantiglio, non lasciandogli nemmeno il tempo di indossare gli scarponi, per cui era dovuto uscire con gli zoccoli. “Fatti pochi passi lungo il sentiero coperto di neve, gli zoccoli si sono rotti – continuò – e così sono stato costretto a proseguire a piedi nudi, tra continui scivoloni e sotto le randellate di quelli lì”. Il suo racconto fu bruscamente interrotto da una serie di ordini perentori, scanditi nelle rispettive lingue dagli ufficiali italiani e tedeschi. In un attimo gli attaccanti, il cui numero era di circa un centinaio, furono pronti a riprendere la marcia. Alla testa della colonna furono messe di nuovo le due giovani guide, appena dietro, don Ugo e il Dogadi, seguiti dai militi che adesso tenevano i fucili spianati. La strada prese a salire in ripidi tornanti, il silenzio era rotto solo dai tonfi sordi degli scarponi nella neve soffice. Ormai mancava poco alla meta e l’ansia del giovane prete si faceva sempre più acuta, anche perché ogni tanto i due ragazzi si voltavano verso di lui, in preda a una paura evidente e con i volti carichi di interrogativi che rimanevano senza risposta.

Il pensiero di don Ugo era sempre per i partigiani: a quest’ora le sentinelle si sarebbero dovute accorgere dell’imminente arrivo degli assalitori, i quali erano ormai troppo vicini per continuare a passare inosservati. Dunque avevano avuto il tempo di scappare e mettersi in salvo più in alto, verso il Cancervo, oppure adesso stavano organizzando un’imboscata e a breve sarebbe iniziata la sparatoria. E se invece le sentinelle non si erano ancora accorte di nulla? O, peggio, non erano state nemmeno piazzate e gli ospiti delle baite stavano dormendo, ignari del pericolo? “Dio mio, fa’ che non sia così – implorò in cuor suo il sacerdote – altrimenti per loro è la fine. Speriamo che le baite siano vuote… Ma allora, dalla rabbia, i fascisti se la prenderanno con noi!”. Colto da questo nuovo e inquietante pensiero, don Ugo raccomandò a Dio la sua anima e quella dei suoi sventurati compagni di viaggio, non mancando di pregare anche per quei soldati pronti all’attacco, pure avevano una famiglia e molti dei quali stavano da quella parte solo per caso o per convenienza. D’improvviso la colonna si trovò allo scoperto, fuori dal bosco, alla base di un’ampia radura in cima alla quale, distanti un centinaio di metri, si intravedevano le sagome chiaroscure delle baite di Cantiglio, allineate una accanto all’altra.

Il comandante tedesco, assumendo direttamente il comando delle operazioni, fece cenno di fermarsi e disse qualcosa sottovoce al suo collega italiano, il quale chiamò in disparte don Ugo e gli intimò: “Adesso voi quattro ve ne tornate indietro, in silenzio e di corsa e… badate a non fare scherzi, altrimenti le prime raffiche sono per voi!”. Il prete avrebbe voluto dire qualcosa, raccomandare di non fare del male a quei poveretti che dovevano essere nelle baite, ma non riuscì a spiccicare una parola. Si avviò in silenzio, col cuore in subbuglio, preceduto dagli altri tre e seguito a distanza da un paio di guardie che li lasciarono solo in fondo alla discesa. Qui il Dogadi li salutò e prese a scendere di corsa lungo il sentiero dell’orrido, scivolando quasi ad ogni passo, mentre don Ugo e i cugini Giannino e Guido si avviarono in direzione della Pianca. Poco dopo, quando erano giunti ormai sul versante opposto, sentirono provenire da Cantiglio l’eco dei primi spari, seguiti da una lunga serie di raffiche, dagli scoppi delle bombe a mano e dai latrati rabbiosi e insistenti dei cani poliziotto.

Poi il cielo sopra le baite fu illuminato da alti e rossi bagliori d’incendio. “Allora i partigiani erano davvero là dentro e sono stati sorpresi nel sonno – pensò sconsolato don Ugo – poveretti, chissà che ne sarà di loro!”. Recitò mentalmente una preghiera, poi si mise a correre, seguito dagli altri due, sotto la neve che aveva ricominciato a cadere e avvolgeva ogni cosa. A un certo punto scivolò e cadde in mezzo alla strada. Si rialzò, aiutato dal Giannino, si ripulì della neve che gli aveva coperto la tonaca e invitò i due ragazzi a pregare per quei partigiani e per le loro famiglie. Poi, mentre riprendeva il cammino a passo più lento, venne assalito dal rimorso per non aver avuto il coraggio di fare qualche tentativo più deciso per mettere in allarme quei poveri disgraziati. E travolto dallo sconforto scoppiò in lacrime, mentre la neve fredda e pungente gli sferzava il viso.

Dal libro “I senza nome. Storie della Resistenza bergamasca”, di Tarcisio Bottani e Giuseppe Giupponi







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