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il Comune di San Giovanni Bianco e l'ANPI della Valle Brembana celebrano il
Programma della Manifestazione
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4 Dicembre 2003 |
Ore
11.00 |
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Incontro con gli alunni delle Scuole Medie di San Giovanni Bianco. Saranno presenti alcuni Partigiani e un rappresentante del Comune. |
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| Sabato
6 Dicembre 2003 |
Ore
11.00 |
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Posa
della Lapide con i nomi dei Caduti e corona d'alloro in Piazza Martiri
di Cantiglio. |
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| Domenica
7 Dicembre 2003 |
Mattino |
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I
ragazzi di San Giovanni Bianco, sportivi e volontari depositeranno una
corona d'alloro a Cantiglio. |
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I fatti di Cantiglio
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Tra
la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 1943 a Cantiglio, un gruppo
di cascine abitate solo d’estate ai piedi del Cancervo, si era costituita
una banda partigiana. Ne era comandante il maggiore "Enzo", Vincenzo Aulisio,
originario di Foggia e giornalista a Milano, amico di Ferruccio Parri e
dirigente di Giustizia e Libertà. Aulisio è un uomo limpido
e dai saldi ideali (finirà ucciso a badilate in un lager tedesco),
ma non ha la stoffa del capo..
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personalità dominante della formazione diventa così ben presto
quella di Giorgio Issel, ex sottotenente di artiglieria già facente
parte della "Genova bene", dotato di notevole cultura e soprattutto delle
capacità di comando necessarie per dare una prima organizzazione
ad alcune decine di uomini di diversa origine e mentalità. Issel,
ebreo nato nel 1919, era imparentato con la famiglia Cima di San Giovanni
Bianco. All’indomani dell’8 settembre aveva scelto la strada della resistenza
attiva entrando a far parte del gruppo Carenini che operava nel Lecchese.
Disperso questo gruppo, nel rastrellamento del 18 ottobre, aveva raggiunto,
con alcuni compagni la Valle Brembana, scegliendo appunto Cantiglio per
ricostituire la formazione, incoraggiato in questo anche dalla vicinanza
e dall’aiuto della famiglia Cima. Del gruppo facevano parte numerosi altri
elementi che ritroveremo nelle vicende della Resistenza bergamasca: Penna
Nera, Guglielmo, i fratelli Angiolino e Valentino Quarenghi e Gastone Nulli,
un ex tenente del controspionaggio che diverrà comandante della
86^ Brigata Garibaldi e soprattutto il personaggio più discusso
delle vicende resistenziali in Valle Brembana. |
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"Ai
Martiri di Cantiglio" Disegno di A. Tarenghi
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C’erano
poi alcuni ex prigionieri neozelandesi, greci, francesi, inglesi e jugoslavi
e una decina di giovani di San Giovanni Bianco. L’armamento consisteva
in vecchi fucili mod. 91 e un mitragliatore tipo Breda e assai scarse erano
anche le munizioni. L’esistenza della banda non era naturalmente passata
inosservata. Già a fine ottobre il Segretario del fascio di San
Giovanni Bianco Carlo Galiberti ne aveva informato la Federazione fascista
di Bergamo. Ci fu inoltre un delatore, Luigi Viligiardi, uno sfollato milanese
che si era stabilito alla Costa San Gallo il quale, dietro compenso denunciò
alla Kommandantur di Bergamo Issel e compagni. Costui verrà poi
fucilato alla fine della guerra davanti al cimitero di San Giovanni Bianco.
A fine novembre dunque messi sull’avviso che si stava organizzando un’operazione
di rastrellamnento, la maggior parte dei componenti della banda decise
di abbandonare Cantiglio, rifugiandosi sul Cancervo e in Valle Taleggio.
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A
Cantiglio era rimasto solo un piccolo presidio capitanato da Issel che
aveva ritenuto improbabile un rastrellamento a breve scadenza, vista l’abbondante
nevicata che era caduta in quei giorni rendendo assai disagevoli gli spostamenti
in quella zona impervia. Così invece non fu. La notte tra il 3 e
il 4 dicembre un centinaio di militi fascisti e una cinquantina di SS tedesche,
al comando del capitano Bussolt, prendono d’assalto Cantiglio da tre diverse
direzioni. Una squadra sale dalla mulattiera che proviene dal Ponte del
Becco, un secondo gruppo parte dall’Orrido della Val Taleggio, i più
numerosi salgono dalla Pianca dove svegliano il parroco don Ugo Gerosa
che era in contatto con i partigiani e, sotto la minaccia delle armi, lo
costringono a far loro da guida verso Cantiglio assieme a due ragazzi,
i cugini Giovanni e Guido Dogadi. |
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I comandanti
partigiani “Renato” Fasana e “Mario” Paganoni ( da destra), con il curato
di San Giovanni Bianco Don Camillo Gandossi e i partigiani “Patera” e “Franco”
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"Ero
di turno alla seconda centrale - racconta Giovanni Dogadi - quando un gruppo
di tedeschi armati, dopo aver scavalcalo il cancello, si mise a bussare
con forza al portone. Aprii e i tedeschi mi intimarono di seguirli per
far loro strada verso Cantiglio. Non mi lasciarono nemmeno il tempo di
mettermi gli scarponi e dovetti uscire con gli zoccoli. Fatti pochi passi
lungo il ripido e sconnesso sentiero coperto di neve, gli zoccoli si ruppero
e fui costretto a proseguire a piedi nudi, con continui scivoloni. Arrivati
ai prati di Cantiglio, mi fu ordinato di tornare indietro, cosa che feci
di corsa. Lungo la discesa, tra uno scivolone e l’altro, mi giunse l’eco
dei colpi di mitraglia che si sparavano a Cantiglio". "Nevicava a dirotto
- racconta dal canto suo don Ugo Gerosa - ed erano circa le tre di notte.
La neve rendeva arduo il cammino. Legato con una corda perchè non
potessi fuggire, cercai con ogni mezzo di dare qualche segnale ai partigiani
del nostro arrivo. Già prima, dalla mia canonica, mentre stavano
arrivando i fascisti, avevo acceso ripetutamente la luce, malgrado l’oscuramento,
nella speranza che qualcuno se ne avvedesse e sospettasse che c’era in
corso questa azione. Anche lungo la strada cercai di mettere sull’avviso
i partigiani accendendo, col pretesto di fumare, numerosi fiammiferi. Ma
tutto fu inutile. Arrivati all’inizio dei prati che si distendono sotto
il nucleo delle cascine di Cantiglio, venni liberato e costretto a tornarmene
a casa. Così mi fu impossibile fare altri tentativi per avvertire
quei poveri sventurati che credo stessero dormendo"
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E
sicuramente era così. Colti di sorpresa, i partigiani iniziano un
disperato tentativo di resistenza, ma ben presto sono sopraffatti dalle
soverchianti forze nemiche. Sorpresi con le armi in pugno, vengono trucidati
lssel, il francese Raimond Marcel Jabin e il sangiovannese Evaristo Galizzi.
Gli altri riuscirono a stento a mettersi in salvo, mentre quattro partigiani,
catturati e non trovati in possesso di armi, furono risparmiati, per finire
poi in un campo di concentramento tedesco. Jabin, maresciallo aviatore
di Fontainebleau, gollista, era un evaso dalla Grumellina e aveva trovato
rifugio in un primo momento a Villa d’Almé presso Dami e Mazzolà,
unendosi al gruppo di lssel dopo un rastrellamento |
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Evaristo
Galizzi
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Giorgio
Issel
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Evaristo
Galizzi, nato a San Giovanni Bianco nel 1922, era uno dei tanti che avevano
preferito la clandestinità piuttosto che entrare nell’esercito della
Repubblica Sociale. Prima di tornare a valle, i rastrellatori saccheggiarono
e incendiarono poi tutte le baite e la chiesetta della piccola frazione.
L’operazione si concluse nel primo pomeriggio di quel 4 dicembre. Il giorno
dopo il messo comunale di Taleggio, Abramo Bellaviti, salito a Cantiglio
per ordine dei carabinieri, vi trovò il corpo dei tre partigiani,
abbandonati sopra un mucchio di ghiaia. Erano crivellati di pallottole
e Jabin aveva il ventre squarciato ed il volto segnato da colpi di pugnale.
I tre caduti vennero portati a Pizzino con l’aiuto dei compagni superstiti
e là furono sepolti tre giorni dopo, di notte, senza alcuna cerimonia.
I solenni funerali avvennero solo dopo la Liberazione.
Ai
tre caduti di Cantiglio è dedicata la piazza principale di San Giovanni
Bianco.
Tratto
da "La Resistenza in Valle Brembana" Ferrari editrice
di
Tarcisio Bottani - Giuseppe Giupponi - Felice Riceputi
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