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di
Felice Riceputi e Francesco Dordoni
La
bibliografia sulla Valle Brembana, poverissima fino a una ventina di anni
fa, si è arricchita negli ultimi tempi in maniera davvero sorprendente.
Storie di paesi, biografie di personaggi famosi, pubblicazioni sui nostri
beni artistici, ricerche e studi a carattere etnografico. Decine di libri
che ci consentono oggi di conoscere in modo molto più approfondito
la nostra storia e ciò grazie a quei ricercatori e appassionati
che, oltre a studiare le testimonianze materiali, hanno frugato in archivi
parrocchiali, comunali, notarili ecc. per recuperare alla memoria collettiva
i documenti redatti da sacerdoti, notai, medici, ingegneri, agrimensori,
maestri e segretari comunali. Coloro insomma che sapevano leggere e scrivere.
Ma, oltre ai “dotti”, c’era anche (ed erano i più) chi non sapeva
o non poteva scrivere su una pergamena, su un quaderno o su un registro.
E tuttavia ci ha lasciato ugualmente il proprio messaggio. Come? Incidendo
date, nomi, pensieri, disegni, simboli sulla pietra.
Quella
delle incisioni rupestri è una tradizione diffusa su tutto l’arco
alpino fin dalla preistoria e ha dato luogo, come nel caso della Val Camonica,
anche a manifestazioni artistiche di altissimo livello.
La
pietra dunque come un libro aperto che ha per tetto il cielo, esposto al
sole, al vento, alla tempesta, alla neve. Ciò che non ha impedito
che esso potesse essere in gran parte consultato e letto ancora oggi, come
testimoniano centinaia, forse migliaia di incisioni rupestri sparse anche
sulle nostre montagne. Certo, parliamo di una storia “povera”, minore se
vogliamo, fatta per lo più da pastori e minatori analfabeti o semianalfabeti.
Una storia
poco conosciuta e considerata, nemmeno paragonabile alle grandi opere rupestri
della Val Camonica. E tuttavia non per questo non meritevole di interesse,
perché riguarda decine di siti sparsi su un territorio vastissimo
e molto ci può dire intorno a ciò che sono stati per secoli
la vita, il lavoro, la mentalità, le paure, i sentimenti e perfino
i giochi dei nostri antenati. Una cultura oggi ormai scomparsa, come d’altronde
è giusto che sia, ripensando ai sacrifici, alle fatiche e alla miseria
di quelle generazioni.
Ma
fino a cinquant’anni fa non v’era angolo della montagna che non fosse conosciuto,
perlustrato e sfruttato. Fosse per l’alpeggio, per coltivare le miniere
di ferro, per fare legna e carbone, per andare a caccia, raccogliere la
genziana e le erbe medicinali, o per tagliare la “cera”, il fieno magro
che cresceva sui “segaboi” nei terreni più scoscesi e sassosi. Di
questa cultura non dobbiamo perdere la memoria storica. E uno dei modi
per non recidere del tutto le nostre radici è forse anche quello
di leggere, interpretare e conservare quei segni e quei messaggi lasciati
sulle rocce dai nostri antenati.
La
ricerca di cui è oggetto questo contributo riguarda le incisioni
rupestri finora ritrovate a Carona.
Va
precisato che essa è ancora in fase iniziale, essendosi limitata
ad alcune zone e ad una prima lettura fatta da appassionati e non
da professionisti. Le considerazioni che seguono sono dunque preliminari
a una materia che è in corso di approfondimento e necessita di riscontri
e verifiche a livello scientifico che solo ora si stanno avviando. In questo
senso ci scusiamo anche delle approssimazioni e delle eventuali imprecisioni
nella descrizione che segue. Tutte le incisioni finora osservate, ad una
prima valutazione, coprono un periodo storico che va dal Duecento-Trecento
alla metà del Novecento. Non escludiamo a priori che, approfondendo
la ricerca, si possa risalire anche a tempi più lontani, forse addirittura
alla preistoria. Come potrebbero suggerire una tradizione così diffusa
e radicata nel tempo e l’esempio della vicina Valtellina. In ogni caso,
limitandoci a quanto finora trovato, rimane la certezza di essere di fronte
a un patrimonio culturale degno del massimo interesse. Per quanto riguarda
le tecniche di incisione, gran parte del materiale esaminato sembra inciso
con strumenti metallici : in particolare lo scalpello, sia a percussione
diretta sulla roccia (martellina), sia indiretta con martello e scalpello.
Altri strumenti di incisione erano le lame di pugnali e coltelli ma non
mancano graffiti eseguiti all’apparenza con ciottoli appuntiti di quarzo
(che in alcune zone si trova abbastanza facilmente). Di certo, basta un’occhiata
anche superficiale alle varie incisioni per capire come agli autori non
dovesse far difetto una notevole abilità e soprattutto un’infinita
pazienza.
Le
zone del territorio di Carona dove sono situate le incisioni rupestri sono
tre. La prima è quella del bosco della Foppa o Foppone e qui il
discorso parte da lontano. Esattamente dal 1983 quando un maestro cremonese,
Ireneo Ghisolfi, accompagnato da Franco Bianchi, un appassionato locale
di storia e antiche testimonianze, scoprì in questo bosco, a destra
del sentiero che dal lago di Carona sale ai Laghi Gemelli, diversi tipi
di incisioni: coppelle, croci, reticoli, una bella pianta stilizzata ed
una lastra incisa con alcuni caratteri e lettere di difficile interpretazione
(a questa scoperta ho tra l’altro dedicato un capitolo del mio recente
libro sulla storia della Val Fondra). Le incisioni si trovano in diversi
siti, tutti corrispondenti a radure nel bosco dove presumibilmente i pastori
e i mandriani sostavano con le greggi e le mandrie, passando il tempo incidendo
sui massi che emergono ai margini di questi spiazzi erbosi. Particolarmente
interessanti si rivelano una trentina di coppelle scolpite “a scodella”
su un grosso lastrone di pietra affiorante in superficie in mezzo ad una
radura. Impossibile però ipotizzare una datazione: potrebbero risalire
alla preistoria come a duecento anni fa. Come misterioso rimane il loro
significato. Si va da spiegazioni di tipo pragmatico (segnare confini,
raccogliere acqua piovana o sale) ad altre di tipo religioso o rituale
per cui questi lastroni avrebbero avuto la funzione di altari per le celebrazione
di antichi riti e le coppelle avrebbero addirittura raccolto il sangue
delle vittime sacrificali. Un’altra incisione di particolare interesse,
scoperta questa recentemente, riguarda una scritta con la parola Roma con
accanto un simbolo fallico.
La seconda
zona si trova nelle vicinanze del Lago Becco. Qui, segnalato già
da tempo da mandriani e da operai dell’Enel, si trova un grande masso a
forma quasi quadrata largo circa due metri e mezzo, una splendida lavagna
naturale, su cui si possono ammirare decine di incisioni scolpite nel corso
di diversi secoli. Le date più antiche risalgono agli inizi del
‘600, per arrivare fin quasi a metà del ‘900. La prima impressione,
a uno sguardo d’assieme di questo masso, è quella di una grandissima
voglia di comunicare, di evadere dall’isolamento in cui pastori e mandriani
erano confinati, di esprimere i propri sentimenti, magari anche solo cercando
di dire “ci sono”, “esisto anch’io”, “ricordatevi di me”.
Decine
sono nomi degli autori delle incisioni, quasi sempre accompagnati dalla
data. Ecco così fra i tanti: Adi 27 LU 1679 B.goi, Midali
Marco 1765, Dominoni Carlo 1883, Dominoni Domenico Li 25 agosto 1883, Papetti
Luigi 1893, Monaci Bortolo di Bortolo 1901, Rossi Bia Gioanino 1914. L’ano
1750 di Iulio Domenico Papetti. Pedretti Bortolo, Cristofero Bana. E poi
altri Bana, Midali, Monaci, Pedretti.
Spesso
i nomi sono accompagnati da una breve scheda “biografica”. L’ano del 1679,
Adi: 19 Lui Io giovan domenicho goi: de ano 16 e sono filiolo di Giovan.
LANO.
Del 1738 Adi.15 Lui. Io: Carlo domenico Goi de ano 21 e sono filio di GIOVAN
piero GOI.
LANO
1750. AdiLULIO Giorno 10. dominico PAPETO.
Adi:
19 Luli: LAN:1619 Giovan Maria busi: filiolo del Gasparo Busi.
Li.
5 setembre. LANO 1840. Io son Luigi Midali filio del Fu Luigi di Prati.
Non
mancano anche alcune date in numero romano: MDCCXLV, MDCCL.
Numerose,
spesso vicino agli autografi, le rappresentazioni della croce, in diverse
tipologie: croci greche e latine, ramponate, o con un triangolo alla base
che rappresenterebbe un piccolo Calvario. La croce rappresenta naturalmente
il più importante segno di pietà popolare del mondo cristiano.
Inciderla sulla roccia aveva sicuramente una valenza propiziatoria ed anche
esorcistica (chiedere la protezione divina e fuggire ai pericoli, ai rischi
connessi ai fenomeni naturali ecc.). Altro elemento di notevole interesse
è quello dato dai numerosi e bellissimi “Sole delle Alpi”, oggi
divenuto familiare anche perché adottato come simbolo dal partito
della Lega Nord. Simbolicamente il cerchio è appunto il sole che
rappresenta la vita, il calore, la luce, l’alternarsi delle stagioni; i
sei fiori indicano la vita che rinasce dopo l’inverno, la bellezza e la
stella alpina che cresce anche nelle condizioni più sfavorevoli.
Simile al Sole delle Alpi troviamo anche un cerchio con un bellissimo motivo
floreale scolpito da mano di vero artista.
La
terza ed ultima zona è quella che risale dalle Baite dell’Armentarga
fino alla Val Camisana e alle pendici del Pizzo del Diavolo. Le incisioni
vi si trovano in decine di siti a un’altezza che va dai 1800 ai 2300-2400
metri: per lo più su massi sparsi ai bordi dei pascoli, ma anche
all’imbocco di vecchie gallerie e sui muri o sulle rocce affioranti vicino
a vecchie baite. E’ questa la zona più vasta ed anche la più
interessante, sia da un punto di vista storico che artistico. Qui infatti
si va al di là di croci, reticoli, date, firme, frasi e disegni,
che pure si trovano in grande quantità. E si passa da quella che
viene definita arte schematica a un vero tentativo di arte figurativa,
con alcuni risultati davvero sorprendenti. La scoperta di queste incisioni
è recente e risale a quest’estate. Ma più che di scoperta
sarebbe meglio parlare di riscoperta. E’ stato facile accertare infatti
che molti anziani di Carona conoscevano l’ubicazione di queste incisioni,
così come è naturale che non pochi escursionisti si siano
imbattuti in esse. Lo dimostra ad esempio un segnasentiero tracciato proprio
a pochi centimetri da un bellissimo disegno. Nessuno però evidentemente
vi aveva mai attribuito la minima importanza.
Si
diceva di arte figurativa e sotto questa definizione possono a pieno titolo
essere fatti rientrare alcuni disegni veramente di grande interesse. Parliamo
anzitutto di quello che noi abbiamo definito il lanciere (vedi copertina),
raffigurato di fianco con la lancia nella destra, lo scudo a doppia croce
nella sinistra, spada pendente dalla vita, elmo, maglia metallica e gonnellino
a pieghe. Il disegno, inciso con uno strumento a punta acuta, è
preciso, sicuro e senza sbavature. E rimanda a un armato che potrebbe essere
collocato al tempo delle Crociate, 1100-1200, anche se naturalmente della
reale datazione non abbiamo al momento nessuna prova. Porta invece la data,
1708, un altro disegno da noi intitolato l’alabardiere. Il tratto è
meno preciso ma il disegno è più elaborato e raffigura un
soldato con elmo e corazza, una specie di gonna, stivali e speroni. L’idea
è quella di un ritratto fatto sul posto e non pensiamo di fantasticare
troppo se si considera che il luogo è assai vicino ai passi che
collegano con la Valtellina dove storicamente sono transitati di frequente
gruppi di armati. Assai strano è poi un disegno che raffigura un
omino fatto solo di testa, braccia e gambe e che potremmo definire gnomo
o marziano.
Un
altro disegno così detto “antropomorfo” dallo strano significato
simbolico riguarda un omino filiforme con braccia lunghissime e arcuate
come a formare un cerchio e l’albero della vita come simbolo fallico.
Non
mancano alcune figure femminili che noi abbiamo definito come la ballerina
(indossa una specie di tutu), la strega (capelli arruffati e occhi spiritati),
la casalinga (con la borsa della spesa si avvia verso una casa con finestre).
Numerosi
sono poi i disegni di animali. Così abbiamo la pecora e il pastore,
un cavallo o un asino (?), un gallo cedrone (?), due pernici, una
lucertola. Alcune incisioni rappresentano poi degli strumenti: una spada
con serpente attorcigliato, un pugnale e quello che all’apparenza sembra
un forcone. Tutti disegni che danno l’impressione di essere assai antichi.
Come pure quella che a noi appare come una slitta, simile probabilmente
a quelle che venivano usate per trasportare a valle, ai forni di Carona
e Branzi, il ferro delle miniere. Un particolare che potrebbe rivelarsi
interessante è quello dato dai numerosissimi intagli secondari,
soprattutto reticoli, che circondano i vari disegni.
Vi
sono poi alcune scritte davvero di difficile interpretazione perché
costituite da caratteri e segni a noi sconosciuti o con parole strane tipo:
PACIZA, ROHY, 1476: IO:RA:L. Anche qui si trovano poi in gran quantità
le date, gli autografi, spesso accompagnati da brevi frasi assai interessanti.
Citiamo
ad esempio:
adi
5 de avosto 1530 Btolomeo fiol de Farioldo (?) a pegori 122 con…
6
Agosto 1656 FACIO MEMORIA… FIOCATO ANTONIO FRANCO (?)
Adì
1 7bre 1784 Io Carlo Sonzognio Facio memoria che questo ano avemo (?) incontrato
una gran Sutta (asciutta?). Segue la firma con una croce gigliata contenente
le iniziali CS.
NOI
SIAMO STATI IN QUESTO PAESE DETTO MERTARGA IO PIERO (?) VITALI (?) 1784
Addirittura
abbiamo trovato inciso su una pietra una specie di ricevuta:
1753.
Dì OTTO (?) GOSTO …….. (?) COME PIETRO ANTONIO SCONFIETO E
A PAGATO I FAPONI (?) E SODISFATO DEL TUTO.
Un’altra
scritta un po’ misteriosa dice:
SIGNORI
BONGENTE IN TENDETE UN TRATATO E FATO BONAMENTE
E c’è
anche il pastore che si applicava ad imparare l’alfabeto ed ha inciso le
prime lettere: a b c d e f g.
Sicuramente
degno di interesse (anche se quasi cancellato) è un cerchio a otto
raggi simile a quella che è nota come la “ruota della Val Camonica”
con la data 1564. Numerose poi anche qui le croci tra cui una serie scolpita
sulla stessa roccia. Un’altra serie con una croce che ne regge altre due
si trova nei pressi di una miniera di ferro, con la data 1640. E non mancano
nemmeno le stelle, alcune a cinque, altre a sette punte. Quelle a cinque
punte sarebbero connesse, oltre che al mondo astronomico, anche alla magia
e servirebbero ad incatenare le forze maligne. Numerosissimi sono i reticoli,
alcuni davvero molto fitti, assai più di quelli che solitamente
si vedono in Val Camonica o in Valtellina. Nell’iconografia medievale essi
simboleggiano l’ascesi mistica o la Madonna vista come tramite tra Dio
e l’umanità. Ma è una spiegazione che non esaurisce la nostra
curiosità.
Simboleggiano
invece la vitalità vegetativa i numerosi alberi della vita con rami
discendenti o ascendenti (talvolta ambedue in un unico disegno), a spina
di pesce tipo abete. Un’ultima citazione riguarda i cosiddetti giochi su
pietra rappresentati da una serie di “trie multiple” (simili a quel gioco
che si trova sul retro delle scacchiere), un quadrato o un rettangolo diviso
in altri quattro o otto quadrati, con mediane e diagonali lungo i cui punti
d’incrocio i giocatori movevano con pedine costituite da sassolini, nocciole,
ghiande o bottoni. Quello che è strano è che se ne trovano
anche su pareti verticali dove è chiaro che le pedine non si possono
mettere. Di qui la tesi che la tria non costituisse solo un gioco ma anche
un simbolo, si dice ad esempio del tortuoso cammino dell’anima verso la
purificazione. Tesi simile a quella relativa ai reticoli.
Naturalmente
un conto è descrivere a parole queste centinaia di incisioni
e un conto è vederle, in fotografia, e soprattutto dal vivo. La
curiosità è legittima e non mancherà a suo tempo l’occasione,
dopo aver completato la ricerca e l’organizzazione del materiale, per cercare
di soddisfarla, magari con una pubblicazione o con una mostra, oltre che
naturalmente con visite guidate. Sull’importanza di queste incisioni rupestri
non dovrebbe esservi dubbio. Si tratta di testimonianze che riguardano
quasi tutto il territorio montano di Carona e coprono praticamente un arco
di storia di quasi mille anni.
La
presenza umana su questi territori è del resto ben testimoniata.
E’
del 1144 una pergamena in cui il vescovo di Bergamo Gregorio dona al monastero
di Vall’Alta di Albino il monte Armentarga: Mons qui vocatur Arimentharca
cui coheret a mane Redorta a meridie acque Brembi a sera Saxum a
monte Vallis de Ambia. E l’Armentarga rimarrà di proprietà
del monastero fin quasi alla fine dell’epoca veneziana, a fine Settecento.
Nel 1180 i monaci di Albino risultano proprietari anche del monte Sardegnana
e di tutto il versante dei Gemelli. E’ del 1402 un atto d’affitto di questo
territorio a due uomini di Dossena in cambio di un canone di 32 lire e
2 pesi di formaggio. Altro fattore decisivo ai fini della presenza dell’uomo
anche a quote così alte fu poi quello delle miniere di ferro. I
giacimenti situati in quella che allora si chiamava Valle del Sasso (la
valle che dal lago del Diavolo scende fino a Prato del Lago e che ha per
spartiacque il Cigola, il Venina e il Masoni) costituirono uno dei più
importanti bacini minerari della Lombardia almeno dal ‘300 fino ai primi
dell’800. A testimoniarlo stanno centinaia di atti di compravendita, di
affitto, di successione ed anche la Descrizione di Bergamo e del suo territorio
del capitano veneto Giovanni Da Lezze del 1596 in cui sono dettagliatamente
descritti miniere e tecniche di lavorazione, vendendo poi il ferro e gl’azzali
a Genova, a Milano et a Bergomo.
Il
lavoro di ricerca e di interpretazione delle incisioni rupestri è
sicuramente ancora lungo. E sarebbe anche auspicabile che l’indagine si
allargasse ad altri territori di altri paesi dell’alta valle. A Carona
l’obiettivo è ora quello di procedere, appena il tempo lo renderà
possibile, a un vero rilievo con metodologie il più possibile scientifiche.
Contemporaneamente si lavorerà alla costituzione di un archivio
iconografico, fotografico e multimediale. Per arrivare infine, si spera,
a tracciare un ben definito itinerario storico-archeologico, da inserire
in quello che, unito ad altre attrattive di tipo ambientale e naturalistico,
potrebbe diventare un importante Ecomuseo. L’auspicio è che questo
primo contributo sia di stimolo ad una partecipazione di altri soggetti
interessati (escursionisti, guide, appassionati e gli stessi enti locali)
e che questo significativo patrimonio storico culturale possa essere conosciuto
e valorizzato come merita.
Si
ringraziano per il contributo fornito alle ricerche:
Tarcisio
Migliorini, Angelo Bagini, Roberto Peruta, Gino Galizzi e il Servizio Guardie
Ecologiche Volontarie Val Brembana.
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